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mercoledì 11 agosto 2010

Draquila

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Decisamente non è Michael Moore, ma in qualche modo gli somiglia.


Stavolta, prima di godermi uno dei tanti spettacoli che ci vengono offerti quotidianamente dalla settima arte, mi sono dovuto armare di santa pazienza e di un bel po' di fegato. Eh sì, perchè già sapevo a cosa sarei andato incontro nell'assistere alla proiezione su minischermo televisivo di Draquila, di Sabina Guzzanti. Sapevo per certo, nel mio intimo, che il film mi avrebbe lasciato con quei sentimenti prevedibili e contrastanti che vanno dall'incazzatura semplice all'afflitto complesso, conditi inoltre malamente dagl'infimi retrogusti amarognoli del basito, dell'interdetto e finanche della confusione.

Al di là dello spiegare l'origine primordiale di tali esperienze estetiche, bisogna innanzitutto porre in evidenza quale sia la vera natura del film: esso infatti appartiene al genere dei
film documentari, o anche docufilm che, nella forma narrativa e stilistica raggiunta oggi specialmente negli Stati Uniti, sono stati finalmente legittimati a opere artistiche degne di tale nome (manco a dirlo, scopro su Wikipedia che l'antesignano di tale genere è italiano). E' inevitabile in questo caso fare riferimento al Farenheit 9/11 di Moore, addirittura vincitore di una palma d'oro al festival di Cannes, evento che ha definitivamente sancito l'importanza di questo genere di film.

Sabina Guzzanti, da parte sua, sembra essere l'unica autrice del panorama italiano ad essere in grado di stare al passo coi tempi e di produrre un film che sia allo stesso tempo avvincente e divulgativo, e che sia soprattutto attraversato da una trama che nulla ha da invidiare ai film come li intendiamo comunemente e che eleva, per così dire, l'opera, da semplice documentario a film documentario.

Sembra dunque evidente che, per chi scrive, il film sia stato più interessante per il metodo di realizzazione che per il contenuto dello stesso, nonostante ciò non derivi dalla pochezza del secondo (tutt'altro), ma dal fatto che di esso eravamo al corrente da almeno una quindicina d'anni a questa parte.


L'unica critica che mi sento di fare è all'eccessivo uso di grafici e caricature, peraltro caratterizzati da suoni usati in modo non proprio magistrale, che accompagnano giornalisticamente il film durante la maggior parte delle necessarie spiegazioni.


In ogni caso comunque, il film è da non perdere.


Brevi considerazioni:

- per gli amanti dei docufilm consiglio ad esempio la visione di Our Daily Bread e di The Cove. Una lista più completa di ottimi documentari la trovate qui.

- Gli americani rimangono imbattibili nel raccontare storie avvincenti, noi italiani siamo evidentemente ancora aggrappati a quel neorealismo che non ci permette di estrapolare grandi storie da eventi reali e che purtroppo si materializzano in film banali come ad esempio I Centopassi. La cosa mi deprime poichè la storia italiana è piena di trame già pronte e potrebbe essere una miniera d'oro per uno dei tanti rampanti giovani scrittori e adattatori che pullulano nel nuovo continente (mi sto riferendo in questi caso ai film veri e propri).


Aspettiamo dunque fiduciosi che qualcuno in America si accorga della straordinarietà della storia italiana.

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