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martedì 15 febbraio 2011

l'arcitaliano: mentire spudoratamente

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"I Siciliani hanno diciasette trucchi per mentire, le donne venti..."
(True Romance, 1993) | qui in italiano


Come molti italiani usano fare, naturalmente l'arcitaliano per eccellenza non può esimersi dai comportamenti più tipici di questa peculiare razza culturale. E' per questo che Silvio Berlusconi, di fronte all'evidenza, così come insegnano i maestri di menzogne più audaci, mente spudoratamente negando l'innegabile.

Naturalmente però la menzogna non si limita ad essere tale (così come succede in altri luoghi europei in cui l'arguzia non è così sviluppata come lo è dalle nostre parti), ma viene quasi sempre supportata da ragionamenti logici inattaccabili sul piano teorico, lo scopo dei quali è quello di trasformare l'evidenza e la realtà in ciò che non è.

E' il caso dell'ultima menzogna del nostro presidente del consiglio il quale ha avuto il coraggio di affermare (e con lui tutti i suoi servetti) che egli credeva veramente che la precoce Ruby fosse la nipote di Mubarak e che questa sua ingenua idiozia fosse il motivo di tanta attenzione nei confronti della procace monella.

E' questa la più classica delle menzogne, quella per cui il mentitore si professa talmente stupido da voler far credere all'interlocutore di essere nella buona fede più pura. Il ragionamento è semplice: le pare, vostro onore, che io mi spacci per stupido se non avessi delle ragioni per farlo?

Da un punto di vista sempre teorico, la tecnica del ragionamento logico a supporto della falsità è lo stesso che viene usato da chi nega il significato pratico di certe frasi intercettate al telefono bollandone come 'battute' o 'scherzi': infatti nessuno può provare con evidenza fattuale l'intenzione di un'azione.

Se nel caso Ruby sembrano comunque esserci delle prove fisiche molto evidenti, al giudice non resta che decidere se credere o meno alla buona fede dell'imputato, cosa che avviene spessissimo all'estero dove i giudici non fanno altro che decidere sul buon senso (spesso però sbagliando e ancora più spesso prevaricando le libertà dei cittadini) snobbando i cavilli logici presentati dal mentitore con dei sogghigni di pietà comprensiva.

Per capire come se la caverà l'arcitaliano, non ci resta che attendere il 6 aprile.

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martedì 8 febbraio 2011

The Kids Are All Right

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Beppe Severgnini ha detto che è contro il matrimonio tra gay e le adozioni alle coppie omosessuali. Ha detto che queste ultime sono particolarmente dannose quando hanno quel risvolto pubblico e mondano riscontrato ad esempio nel caso di Elton John. Ha affermato che tutto questo ce lo dicono il buon senso, la storia e la natura (la quale addirittura, secondo Severgnini, punta implacabile alla procreazione ed alla conservazione della specie).


Questa posizione conservatrice, nel senso che punta a conservare le cose come stanno e che quindi afferma la giustezza dello status quo è, come la maggior parte delle posizioni conservatrici, basata sull'ignoranza. E' vero infatti che in generale le posizioni conservatrici sono tali perchè chi se ne fa portatore o ha degli interessi particolari da perpetuare legati allo stato attuale delle cose (che non sono necessariamente negativi in riferimento agli interessi generali) oppure ha paura del nuovo che avanza. Questa paura, come è facile intuire, deriva dalla misconoscenza del nuovo: il buio fa paura e ci si sente molto più sicuri con ciò che si conosce che con ciò che non si conosce.

E' quindi compito dell'ignorante tentare di razionalizzare la propria paura informandosi su ciò che la procura in modo da esprimere pareri con cognizione di causa e non prettamente irrazionali.

Il buon senso non va contro le adozioni ai gay ed i matrimoni tra omosessuali semplicemente perchè esso è soggettivo e varia a seconda del portatore. Eventualmente, imporre il proprio buon senso agli altri è un'attività intollerante e autoritaria.

La storia e più in generale la conoscenza cha abbiamo delle attività umane nello spazio e nel tempo ci ricorda come il concetto di famiglia cambi nello spazio e nel tempo a seconda di una miriade di condizioni.

La natura da parte sua ci dimostra come l'omosessualità sia presente in ogni specie animale e di come nessuna di queste specie sia preoccupata della propria conservazione. Ponendo che più che verso la procreazione, la natura tende verso l'unione, la conservazione della specie non è affatto causa dell'usanza del matrimonio eterosessuale che è, da parte sua, un'istituzione unicamente di tipo culturale. D'altra parte, la conservazione della specie non è affatto messa in pericolo dai matrimoni tra gay, essendo essa largamente garantita dal livello di teconologia che abbiamo raggiunto oggi (in realtà non è mai stata in pericolo). Oggi altri sono i problemi, ad esempio lo è il cambiamento climatico.

Infine, dire che l'esposizione mediatica delle adozioni di Elton John sia deleteria per gli adottati è come dire la causa di ciò sia l'eventuale vergogna provata dai poveri figliocci per avere dei genitori gay (è comprensibile un'opinione del genere visto che chi l'ha espressa è contro i matrimoni gay). In questo caso mi preoccuperei più in generale dell'esposizione mediatica in generale di questi figliocci e il discorso in questo caso varrebbe anche per i figli di altre star come ad esempio quelli di Michael Jackson o Madonna, posto che in ogni caso non si capisce quali siano i problemi che ciò possa creare, aldilà di essere ricchi e famosi fin da bambini.

Altrimenti, se tutto ciò non basta, guardate The Kids Are All Right, film candidato agli Oscar che descrive con sensibilità e passione la normalissima vita di una coppia lesbica con due figli i cui problemi, evidentemente, sono gli stessi che hanno tutte quelle famiglie che quelli come Severgnini chiamano naturali o, alla meno peggio, normali.

Detto questo, ognuno la pensa come vuole e volendo è libero di gongolare nella propria ignoranza. L'importante è che non tenti di imporla anche agli altri.

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lunedì 7 febbraio 2011

Restrepo

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Seconda puntata in vista della notte degli Oscar (prima puntata su The Social Network qua). Nella sezione documentari spicca Restrepo, nome del film che deriva da un soldato americano ucciso in missione mentre col suo battaglione sulle montagne afgane combatteva degli insorgenti talebani. I suoi compagni di avventura daranno poi il nome di Restrepo ad un avamposto conquistato a fatica in uno dei luoghi più pericolosi e strategicamente importanti dell'Afganistan.

In breve, il documentario mostra i soldati nelle operazioni di guerra e nella vita quotidiana in questi luoghi a contatto con la popolazione locale intervallando vita normale di lavoro a battaglie e momenti di comprensibile paura.

Questo film documentario è interessante e ben fatto perchè ci fa capire molte cose della guerra in Afganistan e molto più in generale della guerra.

- I soldati non sono dei rambo professionisti ma semplicemente dei ragazzi che svolgono questa attività come se fosse un lavoro normale, sono schiavi del sistema: personalmente non riesco a capire come riescano a sottostare a queste attività (un conto è essere schiavi di un'azienda, un conto essere schiavi per combattere): probabilmente la disperazione sociale, la mancanza di un'alternativa e l'ignoranza sono le risposte ai miei dubbi.

- I battaglioni non sono per niente organizzati e anzi in guerra anche nei punti più critici le battaglie vengono affrontate con improvvisazione e speranza di successo, spesso si attende semplicemente di essere attaccati: anche in questo caso non capisco come si possa accettare di andare a combattere con la quasi certezza di venire uccisi.

- Nei momenti di guerriglia la concentrazione è altissima e lo stato di veglia in generale durante tutta la permanenza in questi luoghi è intensissima, di conseguenza il livello di stress raggiunto dai militari è probabilmente irripetibile in stato di vita normale: in pratica la massima capacità di concentrazione e di efficienza e di focalizzazione al risultato l'essere umano è in grado di raggiungerla in stato di pericolo di morte.

- Nella guerra odierna, nonostante i missili intelligenti e altre fandonie che ci vengono raccontate, l'attività principale dei soldati è quella di scavare trincee.

- I militari americani ed in particolare i capitani dei battaglioni non hanno idea di come si interagisce con popoli di cultura diversa e tutte le trattative o contatti con il diverso vengono affrontati da un punto di vista esclusivamente etnocentrico (in questo caso americano).

- In afganistan c'è una guerra che non è diversa ad esempio da quella del Vietnam.

- Questo film è uguale a Platoon, ma le immagini sono vere.

- Il battaglione protagonista del film è composto da militari che vengono addestrati in Italia, partono dall'Italia per l'Afganistan e poi tornano in Italia, dove restano senza riuscire a dormire e presi da crisi depressive tipiche di chi è stato in guerra (ovvero questi ce li ritroviamo nei nostri locali la sera).

Insomma, la guerra è una gran buffonata.

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giovedì 13 gennaio 2011

Tron

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Di Tron ci sono da segnalare:

- Le ambientazioni, i luoghi, i mezzi di trasporto e tutto ciò che è stato concepito e realizzato dagli artisti di alto livello che hanno contribuito al film con le loro creazioni.


- La presenza del solito 'product placement' Ducati con una moto favolosa (nel film si intravede anche la vecchia versione della Sportclassic).

- La colonna sonora firmata Daft Punk, di sicuro il punto di forza del film.

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venerdì 5 novembre 2010

The Social Network

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Dopo una serie di fiaschi colossali* ai quali mi sono sottoposto con macabra costanza nelle mie ultime serate cinematografiche casalinghe, finalmente ho assistito ad un film di quelli che ti rimangono impressi nella mente per lungo tempo, grazie alle emozioni che sono capaci di suscitare attraverso la storia che raccontano ed al modo in cui essa viene realizzata nelle immagini.

Naturalmente questo tipo di reazione emotiva può essere sia dovuta solamente alla predisposizione personale di chi guarda e che quindi non sia condivisa da tutti, ma tant'è posso confermare che almeno temporaneamente il film ha avuto il merito di influenzare la mia personale visione delle cose. Niente di particolarmente rilevante, per carità, ma comunque inusuale e piuttosto raro in relazione alla semplice visione di un film (l'ultima volta che accadde fu con Avatar).

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domenica 24 ottobre 2010

Insheeption

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Avevamo già parlato abbastanza negativamente di Inception, soprattutto facendo riferimento alle sue trame, dietro la complicatezza delle quali si nascondeva una semplicità lampante che anzichè renderle filosoficamente complesse (come magari in Matrix) le rendeva irritanti. Poi avevamo accennato alla colonna sonora come carattere distintivo e affascinante dell'autore Nolan.


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sabato 23 ottobre 2010

Sdoppiature

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Sottotitolo: ecco a voi la prossima eccellente vittima delle degradanti storpiature del doppiaggio italiano.


 *Per un critica più costruttiva (si fa per dire) sull'ultimo film di Oliver Stone, leggere qui. *

Come sapete, da tempo questo blog combatte una personalissima battaglia contro il doppiaggio dei film. Si sa anche che questa battaglia è specialmente rivolta al doppiaggio superficiale e non semplicemente al doppiaggio in sè, in quanto non si pretende qui che tutti conoscano tutte le lingue con le quali vengono girati i film (anche se i sottotitoli rimangono sempre la scelta migliore, per motivi antropologici-culturali, anche nel caso della più asiatica delle lingue).

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venerdì 15 ottobre 2010

Wall Street: Money Never Sleeps

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Stavolta, approcciando il  cinematografo, sapevo esattamente a cosa sarei andato incontro e, di conseguenza, avevo controllato razionalmente le mie aspettative, nella consapevolezza di dover semplicemente combattere la tediosità autunnale con un film accettabile, delle poltrone comode, una visuale privilegiata ed un impianto stereo mastodontico in un cinema semivuoto, come spesso accade in questi giovedì pre-invernali, in luoghi in cui il tutto esaurito avviene solo con i film cosiddetti di azione più stupidi che le menti di registi e produttori senza scrupoli possano partorire.

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sabato 2 ottobre 2010

Paprika

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Paprika è un cartone animato che parla di sogni. Esso sfrutta, da una parte le potenzialità dell'animazione, e dall'altra quelle date dai sogni, in modo da poter creare un mondo fantastico, esteticamente meraviglioso e affascinante. Il delirio visivo che consegue dalla commistione di questi due elementi, viene  inoltre affermato attraverso una storia complicata e avvincente che tiene sulle spine anche il più smalizato degli spettatori.


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domenica 5 settembre 2010

La Dolce Vita

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Tutti si ricordano del film La Dolce Vita grazie alla graziosa scena in cui Sylvia (Anita Ekberg) chiama alla vita Marcello (Marcello Mastroianni), invitandolo con lei a tuffarsi nella splendida fontana di Trevi. Eppure il film, che dura quasi tre ore, è molto diverso dal mito che quella scena ha contribuito a creare nel corso dei decenni ed è molto più amaro di quanto essa faccia pensare.

Aldilà del simbolismo spinto che emerge sia dalla storia in sè che dalle immagini attraverso le quali essa viene descritta (anche Pasolini ha partecipato all'ideazione del film, il che è tutto dire), aldilà delle indiscusse capacità tecniche e della creatività del regista che ha concepito e realizzato il film, altro è il motivo per cui ne consiglio la visione oggi.



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mercoledì 11 agosto 2010

Draquila

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Decisamente non è Michael Moore, ma in qualche modo gli somiglia.


Stavolta, prima di godermi uno dei tanti spettacoli che ci vengono offerti quotidianamente dalla settima arte, mi sono dovuto armare di santa pazienza e di un bel po' di fegato. Eh sì, perchè già sapevo a cosa sarei andato incontro nell'assistere alla proiezione su minischermo televisivo di Draquila, di Sabina Guzzanti. Sapevo per certo, nel mio intimo, che il film mi avrebbe lasciato con quei sentimenti prevedibili e contrastanti che vanno dall'incazzatura semplice all'afflitto complesso, conditi inoltre malamente dagl'infimi retrogusti amarognoli del basito, dell'interdetto e finanche della confusione.

Al di là dello spiegare l'origine primordiale di tali esperienze estetiche, bisogna innanzitutto porre in evidenza quale sia la vera natura del film: esso infatti appartiene al genere dei
film documentari, o anche docufilm che, nella forma narrativa e stilistica raggiunta oggi specialmente negli Stati Uniti, sono stati finalmente legittimati a opere artistiche degne di tale nome (manco a dirlo, scopro su Wikipedia che l'antesignano di tale genere è italiano). E' inevitabile in questo caso fare riferimento al Farenheit 9/11 di Moore, addirittura vincitore di una palma d'oro al festival di Cannes, evento che ha definitivamente sancito l'importanza di questo genere di film.

Sabina Guzzanti, da parte sua, sembra essere l'unica autrice del panorama italiano ad essere in grado di stare al passo coi tempi e di produrre un film che sia allo stesso tempo avvincente e divulgativo, e che sia soprattutto attraversato da una trama che nulla ha da invidiare ai film come li intendiamo comunemente e che eleva, per così dire, l'opera, da semplice documentario a film documentario.

Sembra dunque evidente che, per chi scrive, il film sia stato più interessante per il metodo di realizzazione che per il contenuto dello stesso, nonostante ciò non derivi dalla pochezza del secondo (tutt'altro), ma dal fatto che di esso eravamo al corrente da almeno una quindicina d'anni a questa parte.


L'unica critica che mi sento di fare è all'eccessivo uso di grafici e caricature, peraltro caratterizzati da suoni usati in modo non proprio magistrale, che accompagnano giornalisticamente il film durante la maggior parte delle necessarie spiegazioni.


In ogni caso comunque, il film è da non perdere.


Brevi considerazioni:

- per gli amanti dei docufilm consiglio ad esempio la visione di Our Daily Bread e di The Cove. Una lista più completa di ottimi documentari la trovate qui.

- Gli americani rimangono imbattibili nel raccontare storie avvincenti, noi italiani siamo evidentemente ancora aggrappati a quel neorealismo che non ci permette di estrapolare grandi storie da eventi reali e che purtroppo si materializzano in film banali come ad esempio I Centopassi. La cosa mi deprime poichè la storia italiana è piena di trame già pronte e potrebbe essere una miniera d'oro per uno dei tanti rampanti giovani scrittori e adattatori che pullulano nel nuovo continente (mi sto riferendo in questi caso ai film veri e propri).


Aspettiamo dunque fiduciosi che qualcuno in America si accorga della straordinarietà della storia italiana.

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mercoledì 4 agosto 2010

Inception

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Con l'ottimismo che mi contraddistingue quando prendo decisioni ponderate attentamente, mi sono recato, come solo raramente faccio, al cinema, questa volta per andare a vedere Inception. La decisione era stata presa molto tempo prima dopo alcune esaltate esternazioni a cui avevo assistito nei social network più bazzicati della rete e dopo la visione del trailer del film, molto accattivante. Soprattutto grazie al trailer, avevo deciso di dare una seconda possibilità a Nolan, il regista che tanto mi aveva deluso con The Dark Knight, causa la sua banalità filosofica e le scene d'azione che si erano rivelate eslposive e poco più. Speravo però che il regista avesse ricreato in questo film l'unica cosa che mi era piaciuta nella sua ultima versione di Batman, ovvero quella atmosfera surreale che derivava soprattutto dal sonoro, fatto di suoni intermittenti e rimbombanti, circondati inoltre da riprese inquietanti e allo stesso tempo affascinanti, così come tra l'altro appariva dal trailer stesso.



Invece, Nolan in quest'ultimo suo film è rimasto se stesso soprattutto nelle sue parti peggiori.

Ad esempio, l'inizio del film è caratterizzato dal solito incomprensibile susseguirsi di eventi al quale di solito si assiste solo nei film in cui la storia è talmente semplice da costringere il regista a doverla complicare con inutili sovrapposizioni temporali. Ed è così che passa la prima mezz'ora del film, nella fiduciosa attesa che si riesca finalmente, ad un certo punto, a comprendere qualcosa, con la consapevolezza che, come sempre succede nei thriller più scontati, l'inizio del film è anche la sua fine.

Così, sciolta la prima complicata matassa, si passa un'altra ora abbondante costruita su di artifici narrativi atti soddisfare il solo scopo/dovere dell'autore di spiegare allo spettatore che cosa avverrà nei restanti due terzi del film, in modo da dare giustificazioni immediate a quelli che sarebbero eventi altrimenti inspiegabili (non posso in questo caso dilungarmi sul contenuto per non rovinarvi la sorpresa). Ciò avviene necessariamente anche con dei dialoghi creati appositamente che si sbrodolano nella loro prolungata esecuzione sullo schermo creando una sensazione di inutile nausea filosofica. A mio parere, un film in cui si è costretti a spiegare tutto, è un film fatto male, poichè diviene ridondande e quindi sensorialmente non piacevole per lo spettatore.

Ed è in questo modo che si giunge già psicologicamente provati alla parte centrale e a quella finale del film (in realtà la seconda è solo un prolungamento della prima) dove si assiste ad una copia eseguita male dell'irripetibile The Matrix, da una parte sul piano della storia (lo scoprirete da soli), dall'altra sul piano delle scene di azione. In quest'ultimo caso però, le scazzottate, anzichè essere originali e spettacolari come lo erano in The Matrix, richiamano goffamente soltanto le epiche risse in cui era protagonista Bud Spencer, eccezion fatta per una scena a gravità zero, girata come al solito con gli attori attaccati a dei cavi su sfondo verde.. Il risultato finale di queste scene d'azione rimane comunque in generale ridicolo, ancor più quando questi duelli avvengono nell'ambiente glaciale e nevoso di una località non precisata che, tra l'altro, tanto ricorda un'ambientazione di Modern Warfare 2 (il videogioco in cui si simula la guerra più realistico e giocabile del momento) o più in generale i James Bond vari che si trovano a confrontarsi con i malvagi della situazione.




La parte disvelatrice del mistero attorno al quale ruota il motivo del film viene infine ambientata in una camera nera e lucida, al centro della quale si trova un letto su cui è sdraiato un vecchio uomo morente.

La stanza di Inception


Il film però, non vale nemmeno questa citazione. Kubrick, probabilmente, si sta rivoltando nella propria tomba.

La stanza di 2001: Odissea nello Spazio


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mercoledì 12 maggio 2010

Abbattete quest'uomo

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Sottotitolo: Robin Hood




Ecco come ha esordito Mereghetti nella sua recensione video di "Robin Hood" di Ridley Scott:

"Sono state fatte più di trenta versioni cinematografiche di Robin Hood, ma questa è l'unica che finisce dove le altre iniziano"


Grazie, Mereghetti, è ormai inutile andare a vederlo.

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venerdì 7 maggio 2010

Avatar

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Ora su Avatar si fa filosofia.
S'era già detto.

La spocchia questa conosciuta.

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domenica 7 marzo 2010

OROSC (AR) OPO

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[bonus link: per chi volesse, su youtube è disponibile uno dei documentari candidati all'Oscar, Burma VJ. I documentari nominati agli Oscar sono sempre interessantissimi e ne consiglio la visione. Questo Burma VJ poi, credo proprio debba vincere: racconta della soppressione dell'informazione riguardo alla rivolta contro il regime militare a Burma. Dove non c'è informazione, non c'è rivolta. Ci ricorda qualcosa]



Actor in a Leading Role

Jeff Bridges in “Crazy Heart”

Actor in a Supporting Role

Woody Harrelson in “The Messenger”

Actress in a Leading Role

Carey Mulligan in “An Education”

Actress in a Supporting Role

Mo’Nique in “Precious: Based on the Novel ‘Push’ by Sapphire”

Art Direction

“Avatar” Art Direction: Rick Carter and Robert Stromberg; Set Decoration: Kim Sinclair

Cinematography

“Avatar” Mauro Fiore

Costume Design

“Nine” Colleen Atwood

Directing

“Avatar” James Cameron

Film Editing

“Avatar” Stephen Rivkin, John Refoua and James Cameron

Makeup

“The Young Victoria” Jon Henry Gordon and Jenny Shircore

Music (Original Score)

“Avatar” James Horner

Best Picture

“Avatar” James Cameron and Jon Landau, Producers

Sound Editing

“Avatar” Christopher Boyes and Gwendolyn Yates Whittle

Visual Effects

“Avatar” Joe Letteri, Stephen Rosenbaum, Richard Baneham and Andrew R. Jones

Writing (Adapted Screenplay)

“District 9” Written by Neill Blomkamp and Terri Tatchell

Writing (Original Screenplay)

“The Hurt Locker” Written by Mark Boal

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venerdì 26 febbraio 2010

I N V I C T U S - part II

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[update: conferenza prepartita dell'Italia del rugby: "Con Irlanda e Inghilterra abbiamo avuto contro tanti calci di punizione. Abbiamo mandato le clip delle partite a Paddy O’Brian, boss degli arbitri dell’Irb, che a differenza di altre volte ha ammesso che l’Italia ha avuto 3-4 calci fischiati contro sbagliando. E poi Castrogiovanni: Martin è il miglior pilone destro del mondo, in Inghilterra col Leicester è stato eletto quest’anno già tre volte man of the match. Possibile che con l’Italia diventi il più falloso del mondo? Voglio pensare che da ora in poi le valutazioni arbitrali siano più attente."

Complimenti ai cavalieri del rugby per il fair play e per non lamentarsi mai degli arbitri, alla faccia delle moviole calcistiche]



Sottotitolo: quando si dice le incomprensioni




Noncuranti delle criticche di autoreferenzialità, puntuali ribadiamo la nostra politica in modo doveroso, non per causa nostra ma per (de)merito di altri. Riguardo ad INVICTUS, si disse, non più tardi di ieri, che guadare il film in italiano dopo "l'abominevole storpiatura del doppiaggio" fosse un crimine intellettuale per coloro che poi si prodigassero nel parlare del film in qualità di critico o pensatore ipoteticamente illuminato.

A confermare tale tesi, ci ha pensato oggi niente poco di meno che Roberto Saviano con una recensione mielosa del film su laRepubblica. A parte l'esaltazione poco giustificata del film (ma i gusti son gusti, per carità), lo scrittore mi è caduto su una citazione totalmente sbagliata che, credo, sia a questo punto derivata addirittura da una traduzione erronea in italiano dei dialoghi del film (attendo conferme).



Saviano
riporta, come esempio per dire quanto il rugby sia odiato dai neri, una frase che così recita: "Il calcio è uno sport da signorine giocato da duri, il rugby è uno sport da duri giocato da signorine".

Tutt'altro, nel film, la frase che viene detta è totalmente diversa da quella che riporta Saviano e serve ad esaltare il rugby nell' ipotetico paragone con il calcio: "rugby is a game for hooligans played by gentlemen, football is a game for gentlemen played by hooligans".

La seconda, naturalmente, sta ad incrementare il falsissimo mito che vede il rugby come uno sport onestissimo, senza macchia e, nonostante la sua durezza, caratterizzato da ineguagliabile fair play. Concetti che vengono espressi anche durante le saltuarie partite che l'Italia gioca inutilmente e perde puntualmente contro squadre molto più forti, per esaltare uno sport che va a noia a noi tutti, compresi i telecronisti che sono costretti ad esaltarsi nel commentare le pallosissime dirette televisive.

In questo caso, nel nostro piccolo, riportiamo per giustizia qui la massima sul rugby più azzeccata che ci sia, pronunciata dal mitico O.Wilde:

"Rugby is a good occasion for keeping thirty bullies far from the centre of the city."

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giovedì 25 febbraio 2010

I N V I C T U S

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Prendo spunto dall'ultima recensione dell'amatissimo Mereghetti per parlare di Invictus, come anticipato in uno dei post precedenti.

Stavolta, con somma sorpresa, ci siamo trovati d'accordo con l'esimio critico il quale, costretto dal suo lavoro a guardarsi film su film, sarà sicuramente alienato nella sua attività e avrà sicuramente perso il piacere di godersi pienamente l'arte del cinema.

In generale, il film scorre via liscio come sempre succede con lo stile pulito e regolare di Clint Eastwood, colui che è il maggior rappresentante della cultura cinematografica americana degli ultimi anni (sia sul piano del metodo che dei contenuti). Purtroppo però, manca della tensione che di solito si ritrova nei suoi film in quanto, come dice Mereghetti (!), nella narrazione dell'opera non figura il male, essendo esso non contrapposto in alcun modo al bene che ridonda nel film. Insomma, troppo buonismo, molta noia e poco eccitamento.

Due considerazioni:

1- Nel film si racconta la storia vera di una squadra scarsa che, attraverso l'attaccamento a dei valori condivisi (vi ricorda qualcosa?) riesce a conquistare una coppa del mondo insperata. I valori in questo caso sono l'integrazione e la riconciliazione tra neri e bianchi, impersonificati e spinti dal leader carismatico Mandela, il quale è fermamente convinto che lo sport, in questo caso il rugby, sia un viatico formidabile per perseguire lo scopo che si era prefisso.

Ecco, credo che lo stesso debba essere fatto in Italia. La convocazione di Balotelli ai prossimi mondiali deve essere un messaggio all'Italia razzista che ci troviamo oggi di fronte. Naturalmente, tale convocazione è oggi anche una necessità sportiva visto che il soggetto si appresta a divenire il giocatore più forte del mondo nei prossimi cinque anni e già in questo momento, è sicuramente l'italiano più decisivo.

2- Una riserva sull'amico Mereghetti non potevamo però risparmiarcela; egli racconta come tutto il film sia costruito intorno alla performance di Morgan Freeman, il quale ha da sempre desiderato recitare nella parte di Mandela e per il quale ruolo si è già guadagnato una nomination all'Oscar.

Come al solito, mi tocca constatare come il critico giudichi la performance dell'attore guardando il film in italiano, dopo la solita abominevole storpiatura del doppiaggio. L'aggravante in questo caso è data dal fatto che tutta la performance dell'attore si basa sull'accento sud-africano usato dall'attore. Peraltro, cosa già fatta estremamente bene dal grandissimo attore che è Leonardo di Caprio in Blood Diamond.


Per finire: l'ultima parte del film è identica agli highlights della finale del campionato del mondo di rugby del 1995 ed è affascinante notare come a volte la realtà sia essa stessa una favola.


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sabato 13 febbraio 2010

I N V I C T U S

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prossimamente...

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lunedì 4 gennaio 2010

A V A T A R - II

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Puntuale come al solito è arrivata la poco attesa recensione di A V A T A R ad opera dell'inossidabile Mereghetti il quale, dalle prime pagine del Corriere, si bulla di aver visionato il film in anteprima da Parigi, sfruttando probabilmente un poco originale ultimo dell'anno sotto il più brutto monumento del mondo, la torre Eiffel, ultimo orribile baluardo delle sorpassate esposizioni universali.

Purtroppo il Mereghetti non aveva fatto i conti con i Preti e, nonostante dichiari di aver fatto 50 minuti di coda per assistere allo spettacolo a 3 gradi, va a scontrarsi contro i -20°C affrontati da chi già aveva visto il film il giorno della sua uscita ufficiale, il 18 dicembre.

Naturalmente, come previsto, il grande critico non fa altro che rivelare la trama del film in modo da rovinare ai lettori la storia del film mentre pecca nelle critiche infantili rivolte alla storia, considerata poco profonda e priva di significati e che egli spiega attraverso facili riferimenti a classici del passato, fatti più per edonismo che per reale utilità esplicativa.

Ma altre sono le perle regalateci dall'esimio esperto di cinema che vanno a spiegare l'esatto opposto di quanto noi avevamo precedentemente esposto e che vi fanno dunque comprendere il privilegio che avete nel leggere le nostre pagine.

A questo proposito è importante rivelare come, dove noi disegnamo scenari visionari sul futuro di internet[*], egli invece parli ingenuamente di una "coda e di una treccia di capelli dallo strano potere", rivelandoci miseramente la sua inadeguatezza.

Qui si tiene decisamente un altro passo, e ci si può addirittura permettere la critica della critica.

[*]Dal nostro post precedente: "Non è un caso che i nativi possano cavalcare animali connettendosi ad essi attraverso le punte dei loro lunghi capelli dai quali escono dei fili luminosi tanto simili alle nostre fibre ottiche"

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martedì 22 dicembre 2009

A V A T A R

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Riapro il blog con il buon auspicio di riaggiornarlo costantemente per parlare dell’esperienza visiva più intensa degli ultimi dieci anni, causata dai 12,50 euro meglio spesi da molti anni a questa parte per un biglietto di entrata dal cinematografo.

Ovvero, A V A T A R.



La favola, pur essendo prevedibile in ogni istante è letteralmente fantastica, tanto da avermi catapultato nel favoloso mondo di Pandora ormai da diversi giorni, riflettendo continuamente su quello che sarà il nostro futuro attraverso lo sguardo sul passato tribale della popolazione di questo fantastico mondo. L’esperienza visiva rimane comunque il motivo di tanto entusiasmo e, per evitare di dover aspettare altri quindici anni per poter assistere a cotanta epopea, probabilmente offrirò il prezzo di un altro biglietto al caro James Cameron in modo da non rendere vano il suo sofferto lavoro (se solo avesse bisogno del mio aiuto).

Naturalmente, vista la semplicità e prevedibilità della storia, non sto qui a ripeterne le trame per niente originali e già viste e riviste in tempi diversi ed a scadenze regolari sia al cinema che in letteratura. Questo anche per evitare diligentemente di rovinare la sorpresa della storia (si fa per dire) così come fanno tutti i più noti critici cinematografici ed i trailer mal fatti che non hanno di meglio da fare che svelare allo spettatore i segreti della trama del film, peraltro con l’illusione di spiegare quanto interessante sarà l’intrigato spettacolo.

Però, una sola cosa mi preme sottolineare. Ovvero la trasposizione da parte degli autori della storia del nostro futuro nel passato selvaggio di una tribù nativa che vive su Pandora, scoperta naturalmente nel futuro immaginato rispetto al nostro presente e metafora poco velata del nostro immediato futuro. Mi riferisco alla capacità di interconnessione di questa popolazione tra i propri simili e la terra su cui vivono. Un’interconnessione capace di amalgamarli alla propria terra attraverso una rete che lega passato, presente e futuro. Non è un caso che i nativi possano cavalcare animali connettendosi ad essi attraverso le punte dei loro lunghi capelli dai quali escono dei fili luminosi tanto simili alle nostre fibre ottiche. E non è un caso che siano anche capaci di scaricare dagli alberi il proprio passato e di ascoltare gli insegnamenti dei loro avi, presenti nei secoli dei secoli nella nube della conoscenza alla quale tutti possono accedere.

Lo stesso sarà per noi quando, attraverso dei chip collegati al cervello, saremo costantemente legati alla rete formando una mente gigantesca e super intelligente che contribuirà al nostro sviluppo ed al nostro progresso. Per chi non crede a questa fantastica storia faccio solo notare come oggi, a differenza di dieci anni fa, tutta la nostra conoscenza anziché essere nel nostro personal computer sia nella rete e di come il nostro vetusto pc sia solo un mezzo per accedere ad essa. La biologia ed i tessuti biologici sintetici (già pronti) faranno il resto.

E che Google ce la mandi buona.


related link: la parodia del film fatta da South Park ("Dances With The Smurfs" ovvero "Balla coi Puffi")

realted link: la colonna sonora che avrebbe dovuto essere del film, se solo non fosse già famosissima.

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