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giovedì 5 luglio 2012

L'abito fa la monaca

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I want you, Mr Millionaire!

Nulla è accaduto di eccessivamente rilevante nelle ultime giornate dell'Europeo da provocare il solito tomo moralistico di Urlo Mundial aldilà della prevedibile vittoria sulla Germania (come minimo sul piano statistico) e della sconfitta sulla Spagna, se si esclude la vicenda Balotelli che ha come al solito tristemente evidenziato dalle semifinali in poi l'ipocrisia spinta dei nostri connazionali, i quali fino a pochi giorni prima avevano considerato questo fenomeno del calcio mondiale una mezza schiappa che non si capiva per quale motivo il Sig. Prandelli avesse portato con sè negli altrettanto poco democratici paesi dell'Est per la commovente spedizione dei nostri azzurri.

Passi che queste opinioni frettolose derivassero dalla solita isteria di chi giudica la classe di un calciatore da un singolo errore e l'intelligenza di un uomo solamente dai suoi gesti senza capirne le motivazioni, poichè comunque ci siamo abituati. Ed è anche quindi inutile stare a rimarcare la sensibilità di questo ragazzo probabilmente più intelligente della maggior parte dei calciatori (con Buffon in testa ai finti intelligenti, fascistello da prima categoria che ha avuto il coraggio di commuoversi durante la visita ad Auschwitz) come è inutile commentare la sua giustificata esultanza dopo il primo gol europeo contro l'Irlanda, quando anzichè esultare avrebbe voluto rimarcare l'altalenante capacità di giudizio dei suoi tifosi (metà dei quali fino a ieri gli auguravano la morte in tutti gli stadi con il poco intelligente coro "Se saltelli muore Balotelli"). A riprova di ciò, per chi ama il gossip, la sua intelligente risposta alla tipica zoccoletta italiana acqua e sapone, come scritto da urlomundial, alla ricerca di un benefattore già da molto tempo.

Così, mi piacerebbe parlare brevemente oggi di un video che circola da poche ore in internet nel quale si vede come Casillas chieda all'arbitro rispetto nei confronti dell'Italia, implorando il fischio finale nonostante il recupero per contenere l'umiliante risultato, in modo da non rischiare un cappotto ancora più pesante. Considerando in ogni caso che è molto facile comportarsi da signori quando si vince e sottolineando quanto sia più difficile perdere che vincere (a tal proposito devo ammettere che noi italiani siamo riusciti a perdere con gran dignità, dopotutto questo è solo uno sport e lo stipendio milionario i nostri calzoncini bianchi lo riscuoteranno lo stesso, cosa c'è da preoccuparsi?), più che l'atteggiamento del portiere spagnolo, è irritante quello dei commentatori italiani, tutti proni ad esaltare la sportività di questo grande campione, evidenziando chissà quale moralità nelle sue poche parole urlate all'arbitro di linea.




E' innanzitutto evidente dalla gestualità del portiere quanto egli sia giustamente molto più soddisfatto della vittoria che preoccupato dal risultato, esprimendo una contraddizione facilmente palpabile tra ciò che dice e ciò che pensa.

E' poi altrettanto irritante pensare che si chieda all'arbitro di fermare il gioco per evitare di prolungare la sofferenza della squadra italiana quando questo poteva essere semplicemente fatto dai giocatori della Spagna i quali si sono palesemente approfittati del loro avversario per umiliarlo deliberatamente e con facilità disarmante. Altro che quella sportività che i soliti superficiali telecronisti italiani esaltavano riempiendosi la bocca con luoghi comuni quali "bisogna giocare fino alla fine".

Qui non si tratta di presunti biscotti o di feriti da preferire ai morti, ma quando una squadra si rende conto che l'avversario è stremato e che sarebbe impossibile qualsiasi rivalsa (Pirlo a 10 minuti dalla fine non correva già più) è semplicemente corretto non infierire, non per far meno male ma perchè sarebbe troppo facile farlo: in questo caso ciò sarebbe un segno di rispetto per sè e non una benevolente concessione all'avversario. Se si vuol essere ligi al dovere, allora bisogna pretendere che si giochi anche l'ultimo secondo dei minuti di recupero, rispettando una regola tanto legittima quanto giusta. E sta all'intelligenza di chi è in campo capire come comportarsi.

Peraltro, questo è quello che forse voleva dire Buffon quando parlava di accontentarsi di un risultato.

In altre parole, semplicemente, Casillas non vedeva l'ora che la partita finisse per festeggiare, e l'italiano medio, come al solito, ha scambiato quest'atteggiamento di supremazia ipocrita in un grande gesto di sportività,

confondendo come al solito il bene dal male. 



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domenica 24 giugno 2012

Italia - Inghilterra

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Calcio e luoghi comuni




I luoghi comuni svolgono nella costruzione della conoscenza dell'uomo sulle cose una funzione molto importante. Lo fanno soprattutto nel mondo del calcio dove la conoscenza della cose, essendo sviluppata da persone mediamente poco argute, si basa su concetti non complessi, in un populismo del significato di semplice appiglio e facile comprensione. Il luogo comune parte da una momentanea verità fattuale in cui il palese rapporto di causa-effetto deriva da variabili singole e viene poi ripetuto all'inifnito, imprimendolo nella mente degli osservatori fino a renderlo vero in ogni situazione, anche nel caso in cui le variabili in gioco sono fatalmente di numero molto maggiore.

E' per questo motivo che è secondo me ingiusto quanto decisamente superficiale e quindi mediocre parlare di lotteria dei rigori ogni volta che una partita importante viene decisa con questa eccitante modalità in cui la bravura, sia essa di derivazione tecnica o psicologica, gioca un ruolo molto più importante della sorte, che sia essa buona o cattiva nei confronti di chi tira o di chi deve parare.

Se così non fosse, saremmo tristemente costretti a considerare fortunoso persino l'ultimo rigore del partigiano Grosso, il quale in periodi ormai di pre-crisi e spassosa serenità con un tiro sicuro e potente regalò la quarta coppa del mondo alla nostra nazionale. Se fosse stata solo una questione di fortuna o sfortuna, nessuno dei nostri valorosi connazionali sarebbe stato così fermamente convinto di poter segnare quei rigori, accompagnando il gesto tecnico con la sfrontata certezza della propria forza in modo da non consegnare la Coppa ai sempre antipatici francesi.

Ennesima prova di questa sacrosanta verità è stato il rigore di Pirlo e la conseguente vittoria dell'Italia sull'Inghilterra, grazie a quella che viene dunque impropriamente definita "lotteria dei rigori".

E' chiaro a tutti come il rigore di Pirlo, calciato con splendida tranquillità, lucidità e finezza abbia abilmente dato la svolta alla sessione dei tiri dal dischetto, aiutando con una specie di cucchiaio invisibile a sollevare lo spirito degli italiani e sicuramente ancor di più a far temere agli inglesi di poter essere raggiunti nonostante il vantaggio, come in realtà è poi avvenuto.

Ed è infatti grazie a quel rigore che gli inglesi hanno poi calciato due volte in modo chiaramente pauroso, con la consapevolezza di trovarsi di fronte una squadra più forte e quindi più spavalda che avrebbe avuto tutta l'intenzione di mettere al proprio posto qualsiasi timido tentativo di rivalsa, in una specie di prova di forza darwinistica feroce, ma giusta.

Ed è così che dopo il meraviglioso gesto tecnico di Pirlo un rigore è stato calciato con rabbia e forza per poter tendere i muscoli e nasconderne la tensione, col risultato di stampare sulla traversa un pallone che era partito con pochissima eleganza. E che poi un altro tiro fosse invece molle e rassegnato, fatto apposta per consegnare mestamente il pallone tra le mani del nostro portiere, in modo da dichiarare autonomamente la propria resa alla squadra più forte ed al gol finale di Diamanti, a quel punto divenuto una pura formalità.

Così come nel 2006 una formalità fu il rigore di Grosso.

E quindi, per favore, non chiamiamoli "lotteria", la fortuna non c'entra niente.

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giovedì 1 luglio 2010

L'allenatore nuovo

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Prandelli
, il nuovo CT della nazionale italiana di calcio, è stato ingaggiato come da lui stesso ammesso durante la conferenza stampa di presentazione poichè era l'unico allentore di alto livello libero nel momento in cui c'era il bisogno di sostituire Marcello Lippi, colui che credeva nel gruppo come valore unico per la vittoria.

Anche se la schiettezza è in questo caso piacevole, altre sono le cose interessanti emerse nella giornata di oggi.

Soprattutto, colpisce il bisogno del neo-CT di sottolineare come le convocazioni avverranno nei confronti di chiunque abbia un passaporto italiano ed abbia le capacità e la forma fisica necessarie per svolgere il gravoso compito di indossare la maglia azzurra. In altre parole, le convocazioni verranno fatte secondo criteri di meritocrazia.

E' sorprendente venire a scoprire ora, attraverso questa piccola verità, una cosa che credevamo fosse già pacifica per tutti, ovvero che a giocare in nazionale venissero chiamati i giocatori migliori senza troppo soffermarsi sul significato per niente oscuro del termine migliore. Evidentemente però, quest'ovvietà non era tale per tutti, in particolare per Lippi il quale, capiamo oggi, non convocava secondo criteri meritocratici. Altrimenti, perchè Prandelli avrebbe dovuto specificare cotanta ovvietà?

Insomma, il primo merito di Prandelli è stato quello di svelare una verità di cui avevamo tutti bisogno per poter distinguere serenamente il bene dal male senza la paura di perdersi in zone grigie d'arruffamento tipicamente italiano: con Lippi, la nazionale è sempre stata la tipica cricca italiana di furbetti del quartierino, l'espressione principale del potere delle organizzazioni gravitanti intorno a Lippi, legittimate nel 2006 dalla storica vittoria al mondiale e che ancora nel 2008, a calciopoli ormai dimenticata, riemerse prepotentemente in forza dei crediti acquisiti proprio nel mondiale precedente. Fu lo stesso Lippi, converrete, a programmare erroneamente la campagna acquisti Juventina e a garantire sulla scelta di Ferrara come allenatore. Così come è stato Lippi a puntare sul blocco Juventino per la nazionale italiana, nonostante la Juventus, proprio grazie al suo aiuto, sia giunta miseramente settima nel campionato italiano (non certo ricco di squadre stellari). Salvo poi tornare sui suoi passi e negare in modo ridicolo qualunque tipo di coinvolgimento e venendo meno alla promessa di tornare all'ovile a mondiali (ri)vinti.

Il risultato è però sotto gli occhi di tutti. Il nostro compito è solo quello di ricordare a chi vuole dimenticare quali siano state le fasi attraverso le quali si è giunti a questo punto storico.

Speriamo, oggi, che la meritocrazia dia frutti migliori di quelli che ha dato la cuginanza.

Quindi, buona fortuna a Prandelli lo schietto.

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mercoledì 30 giugno 2010

L'allenatore vero

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Breve nota tecnica. La Spagna ha lo stesso metodo di gioco del Barcellona. Esso è fatto di un controllo palla esasperato e di brevi passaggi, spesso di prima, che avvengono di solito verso il giocatore più vicino, il quale si era precedentemente smarcato con un movimento senza palla nello spazio. Le verticalizzazioni, così come i cambi di gioco o i lanci lunghi sono estremamente rari e gli attaccanti giungono al tiro dopo un dribbling o dopo una triangolazione veloce. E' questo anche il motivo per cui il giocatore che si è messo in luce più di tutti sia Villa, sicuramente il più tecnico e veloce, ma soprattutto il più in forma del torneo.

La differenza con il Barcellona però sta nei cosiddetti interpreti di questo particolare tipo di gioco. Da questo punto di vista, l'ago della bilancia pende nettamente a favore del club piuttosto che della nazionale. Infatti, i migliori del Barcellona già giocano nella nazionale spagnola mentre nella seconda, in tutti gli altri ruoli, figurano giocatori meno forti (sul piano tecnico e atletico) di quelli che giocano nel Barcellona. In generale quindi, il Barcellona sul piano dei singoli è molto più forte della Spagna e, adottando lo stesso tipo di gioco, lo è di conseguenza anche come squadra.

Quindi, dal mio punto di vista, la Spagna è una squadra sopravvalutata e decisamente battibile. Ad una condizione però. La Spagna non va aggredita nè pressata perchè è solo in questo modo che riesce poi a mettere in difficoltà l'avversario. Infatti la capacità di palleggio diviene efficace solo quando la squadra avversaria è in fase di pressing: il pressing permette ai giocatori spagnoli di smarcarsi a centrocampo attraverso dei passaggi elementari che vengono esaltati dai cronisti come 'il più bel gioco del torneo' e di seguito, in fase d'attacco, i dribbling di Villa permettono di realizzare i gol necessari alla vittoria finale (pensate che a fare questo lavoro nel Barcellona troviamo Messi mentre troviamo Ibrahimovic anzichè il coniglietto Torres a spaventare i difensori e creare).

D'altra parte, se la squadra avversaria non pressa, i giocatori spagnoli continuano sì a passarsi il pallone, ma a questo punto il gioco sembra più un allenamento da oratorio che un campionato del mondo e l'efficacia si perde nei meandri del centrocampo sulle linee orizzantoli all'altezza del cerchio. Non è un caso che contro il contropiede svizzero la Spagna abbia perso e contro il catenaggio di Donadoni agli europei non sia andata oltre lo zero a zero.

La parola d'ordine contro la Spagna quindi è: lasciarli giocare, 90% di possesso palla per loro e darsi al contropiede. Esattamente ciò che ordinò di fare ai suoi Mourinho nella semifinale di ritorno di Champions League tra Barcellona e Inter.

In pratica, stando ai fatti, speri la Spagna di incontrare in semifinale l'Argentina e non la Germania e potrà puntare al mondiale.

Anche se il Brasile rimane a questo punto la favorita.

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sabato 26 giugno 2010

Faccia d'angelo

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Cannavaro
è quello che quando giocava nell'Inter finse di essere infortunato, con la collaborazione del bravo Moggi, per potersi trasferire alla Juventus dopo il benestare dell'ingenuo Moratti, andando poi a vincere un pallone d'oro storico a malanni ormai dimenticati. E' anche quello che poi lasciò la Juventus immediatamente (a ragione, stavolta), quando lo stesso Moggi con la collaborazione della proprietà ne causò la scomparsa dal mondo delle grandi squadre.


Nonostante il suo mondiale sia stato pessimo non staremo qui a disquisire, come fanno di solito i finti intenditori, sulla sua tenuta fisica e sul fatto che sia o meno sul viale del suo tramonto sportivo. In fondo, il mondiale è stato pessimo per tutti e la colpa è soprattutto del condottiero, il quale ha stupidamente mandato i suoi soldati ad affrontare una missione che a loro insaputa includeva necessariamente il suicidio. Quindi sarebbe infantile infierire su Cannavaro ricordandogli ciò di cui è lui stesso consapevole. Anche se, d'altra parte, il contratto letteralmente faraonico (nel senso geografico del termine faraonico, non economico) che è riuscito a strappare ad una sconosciuta squadra di Dubai è il segno inequivocabile di un'accertato ridimensionamento delle sue qualità di calciatore.


Invece, a proposito di quello che spesso viene definito 'uomo', per poterlo distinguere dal 'calciatore' nel riferimento ad una stessa persona, nella conferenza stampa che chiude la sua seppur gloriosa carriera nella nazionale italiana di calcio, egli ha dimostrato per l'ennesima volta il tipo di individuo che è, quando ha affermato, riferendosi a Cassano, che nei due europei con lui disputati, i risultati erano stati comunque deludenti e che quindi il fatto che non sia stato convocato era pienamente giustificato dai fatti.
Il sillogismo espresso dall'ormai ex-capitano fa più o meno così: agli europei c'era Cassano, agli europei non abbiamo vinto, con Cassano non si vince.

Esso ha il sapore di quelle generalizzazioni che vengono comprese facilmente dall'uomo della strada ma che allo stesso tempo non si basano su alcun fatto accertato in quanto sono totalmente distaccate dalla realtà e quindi totalmente inventate. Infatti, in questo caso non tiene conto nè del contesto degli europei in cui aveva giocato il giocatore al quale Cannavaro si riferiva nè del contesto dei mondiali di quest'anno, elementi entrambi cruciali per poter fare un ragionamento di senso compiuto.

Purtroppo, nella realtà dei fatti, non abbiamo e mai avremo una controprova che possa dimostrare come con Cassano o Balotelli o altri i mondiali avrebbero avuto esito diverso da quello nefasto che abbiamo purtroppo dovuto subire in quest'edizione. Così, il ragionamento semplicistico del capitano più bello del mondiale fa facilmente breccia nelle menti di chi prende il caffettino in piazza e discute di solito animatamente di calcio, dando ai frequentatori dei bar un'altra certezza per spiegare il motivo dell'insuccesso italiano o anche giustificare una condotta diversa da quella che ha portato al disastro sportivo.


Diciamo che sì, Cannavaro, hai ragione, con Cassano non si è vinto. Forse non si sarebbe vinto nemmeno con Cassano. Di sicuro però, caro Cannavaro, senza Cassano, la nazionale italiana è finita ultima nel girone più facile del mondiale e tra le squadre che si sono qualificate nello stesso girone solo il Paraguay è riuscito a superare gli ottavi, battendo ai rigori dopo faticosissimi 120 minuti addirittura il Giappone.


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giovedì 24 giugno 2010

il John Wayne dimezzato

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E' ora troppo facile fare i classici processi post-mondiale ad un allenatore che fino a qualche oretta fa era stato riverito come un santone, soprattutto grazie ai macumba che avevano riportato in Italia dopo quasi venticinque anni una coppa del mondo inaspettata. Eppure gli indizi di un'imminente disfatta erano molteplici e anche recenti visto che c'era stato tutto il tempo di ravvedersi in modo intellettualmente onesto persino subito dopo le disastrose prime due partite del mondiale sudafricano, quando già ci avevano preannunciato nel provocarli un mondiale pieno di dolori.

Senza contare la nefasta uscita alla Confederetions Cup e, perchè no, lo stesso mondiale 2006. Anche se è ormai inutile ricordare a chi si inginocchia davanti all'ingegnosità del mister d'Italia che il rigore fischiato a Grosso veramente non c'era, che l'Ucraina era una Slovacchia qualsiasi e che, a parte la bellissima partita contro la Germania, l'Italia alzò la coppa dopo aver vinto ai rigori una partita che aveva passato miracolosamente indenne sotto i colpi di uno Zidane sicuro, atletico e praticamente inarrivabile.

E' per questo che penso sia quasi superfluo, ma lo stesso doveroso, soffermarsi sulle questioni tecnico-tattiche, pur essendo esse numerosissime relativamente agli errori commessi dal comandante supremo e nonostante ciò ovvie persino nelle piazze più sperdute della penisola, dove anche l'uomo del bar aveva già intuito da tempo a cosa esse si riferissero.

A partire dalle convocazioni, dettate, come da molti sostenuto, dalla cocciutaggine del grande leader. Egli si era affidato agli amici degli amici nell'intima convinzione che perseguendo il valore del gruppo si sarebbero raggiunti i traguardi che solo quattro anni fa miracolosamente fecero impazzire l'Italia. Purtroppo, come più volte abbiamo ribadito, il gruppo in sè non è garanzia di vittoria e sperare che la voglia di vincere fosse sufficiente alla vittoria è immaturo e anche un pochino idiota. Il gruppo senza la squadra è praticamente inutile e comunque non sempre necessario. Al contrario, una squadra può essere tale pur non essendo gruppo e la prima è certamente più importante del secondo, sicuramente necessaria e talvolta persino sufficiente. L'errore più grande commesso da Lippi il genio è stato proprio quello tipico di chi non è in grado di riuscire a risolvere il problema perchè intento ad analizzare il problema sbagliato. Partire con un ragionamento sbagliato porta inevitabilmente a conclusioni errate: in questo caso il ragionamento riguarda il gruppo e la conclusione è, purtroppo per tutti, la sconfitta (però stavolta senza sorpresa).

In ogni caso, il nostro sapiente condottiero, avrebbe sbagliato anche le componenti principali del suo ragionamento, visto che l'ha sviluppato attraverso delle pedine logiche inadatte. In questo caso mi riferisco ai giocatori, pur giustificando la scelta sia dei nomi che delle posizioni in campo ad essi associate al ragionamento di cui sopra. Ovvero, scelgo Iaquinta invece di Cassano o Gilardino invece di Borriello o Camoranesi invece di Thiago Motta, Criscito invece di Balzaretti, Pepe invece di Cossu, Gattuso invece di Ambrosini, uno a caso tra tutti invece di Balotelli, perchè gli uni fanno gruppo e gli altri no. Anche se, lo ammetto, non riesco a credere come qualsiasi uomo sano di mente avesse mai potuto immaginare che la forza del gruppo avesse poi trasformato Iaquinta in Pelè, o Montolivo in Falcao.

Ma se si dice banalmente che errare è umano e perseverare è diabolico, stupisce la poco lucida analisi del dopo partita data da Lippi il grande, basata ancora una volta sulla poco convincente tesi della pseudo-forza iniettata dal gruppo alla squadra e che lui non è riuscito a stimolare decentemente nel cuore di questi brocchi. Se non fosse solo l'insensatezza della tesi, colpisce ancor di più la disonestà intellettuale del soggetto, il quale nel prendersi facilmente la colpa (quali sarebbero le conseguenze di quest'eroica assunzione di responsabilità?), allo stesso tempo la individua nell'approccio psicologico dei giocatori alla partita (in fondo in fondo responsabilità non sua).

Insomma, Lippi la leggenda, ha continuato a scommettere con arroganza sullo stesso numero sperando che la ruota si fermasse di nuovo sullo stesso punto in cui si era fermata quattro anni fa. Ha perso. E il suo comportamento è sembrato più quello di un drogato del gioco che quello di un selezionatore serio.

Una storia finita male, che chiunque sapeva sarebbe finita male e che purtroppo riguarda emotivamente tutti.

Ciao generale, non ci mancherai.

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domenica 20 giugno 2010

E' stata sfortuna

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Disclaimer: il seguente articolo è puramente motivazionale.

E' difficile parlare di una nazionale che ormai non riesce più a risvegliare neanche quel poco di patriottismo rimasto e che puntuale si dovrebbe riproporre almeno durante i mondiali di calcio. Di conseguenza, è praticamente impossibile mostrare anche il benchè minimo barlume di ottimismo tra l'altro, già anticipatamente scomparso addirittura alla prima giornata.

Dunque, si è assistito all'ennesimo pareggio, raggiunto stavolta contro una nazione di cui siamo soliti sentir parlare solo grazie alle costanti e puntuali umiliazioni che procura alla nazionale di rugby. Consolazione, almeno in quei casi, per salvaguardare un pubblico sempre più ipocrita di ignoranti finto-intenditori 'à la mode', i quotidiani di solito titolano fieri con frasi del tipo: "Un'Italia coraggiosa resiste per mezz'ora agli All-Blacks", oppure "L'Italia non sfigura contro i giganti Maori", dimenticandosi naturalmente di riportare il non irrilevante punteggio con il quale era terminata la partita.

In questo caso invece, la triste partita contro la Nuova Zelanda, squadra materasso del girone più facile del mondiale, è servita a sollevare dei dubbi eventuali ai molti che già avevamo prima dell'inizio dei mondiali, derivanti magari anche da alcuni pregiudizi giustificabili dalla poco corretta condotta etica e legale di colui che ha il compito di allenare gli aitanti rappresentanti della patria.

Innanzitutto è difficile capire quali siano i meccanismi logici che spingono Marcello Lippi il maestro a prendere delle decisioni che egli stesso, dal 45' minuto in poi si prende la briga di bollare come totalmente sbagliate, visti i cambi che ogni volta è costretto a fare.

Se all'inizio dei mondiali non aveva capito che con questi giocatori fosse impossibile anche lontanamente imitare l'Inter pigliatutto di quest'anno (la quale evidentemente non aveva solo il gruppo come arma segreta) e che tra l'altro egli aveva dato come spacciata nei confronti della Juve di nuovo corso, e sia stato quindi costretto a cambiare in corsa il modulo con il quale affrontare quest'evento in modo dignitoso, ci si chiede quanto tempo ancora impiegherà per capire quali debbano essere gli interpreti di tale modulo, sperando che i cambi effettuati tra il primo ed il secondo tempo siano un segno seppur labile della non scomparsa definitiva della sua sanità mentale. Dubbio purtroppo assecondato anche dalla consapevolezza che è ormai impossibile tornare indietro per rimediare a delle scelte che ora si stanno rivelando totalmente sbagliate. Per chi non l'avesse capito, il riferimento è a quelle che ormai bisogna rassegnarsi a chiamare ridicole convocazioni, visto che usare l'aggettivo 'testarde' riferendosi ad esse attraverso il caratteraccio del nostro guru del calcio significherebbe usare un eufemismo giustificatorio inutile.

In altre parole, si spera vivamente che alla prossima decisiva partita l'undici in campo dai primi minuti sia quello più preparato e non le solite scamorse che ci siamo dovuti sciroppare per una partita e mezza. Di Natale, Pazzini e Camoranesi dovrebbero partire titolari sempre, essendo essi gli unici che possono fare qualcosa di costruttivo in questa squadra tutta gruppo e niente cervello, in modo da non constringere l'Italia tutta a dover rimpiangere costantemente Cassano da Bari il quale noncurante e superiore se la sposa beato (convocare Pazzini e non Cassano, il fautore principale della gloria del primo, è un segno dello sbilanciamento psicologico del CT della nazionale italiana, chiaramente afflitto da un pericoloso sdoppiamento della personalità).

In fin dei conti, la realtà dei fatti è un'altra. Ad ogni pareggio che dio ce lo manda, durante le loro interviste, giocatori, medici, allenatori e accompagnatori non ufficiali, ci continuano a ripetere come in Sud Africa siano andati i migliori e come a casa non sia stato lasciato nessuno che possa cambiare le sorti di una partita. Se permettete, tutte queste remore che tendono a calmare un'idea che sembra balenare nelle menti di tutti gli italiani tranne uno (Lippi), sanno tanto di coda di paglia e suonano come le frasi dette dai politici quando corrono davanti ai microfoni per smentire tutte quelle verità che, se non fossero venute a galla, non avrebbero avuto bisogno di essere smentite.

Detto in altre parole, questa squadra possiamo chiamarla gruppo, ma è prova provata di corporativismo, di chiusura mentale, di incapacità cronica di aprirsi al diverso e finanche di razzismo nei confronti di chi non si prostra ai valori costituiti di chi si è impossessato del territorio calcistico nazionale.

Con i tristi corollari di immobilismo e annullamento della meritocrazia tipici della cultura italiana. E vincere così, detto francamente, è impossibile.

Speriamo in meglio. Saremo i primi ad accoglierlo, questo fantomatico meglio.

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giovedì 17 giugno 2010

Specchio specchio

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Finalmente è successo qualcosa ai mondiali di calcio, caratterizzati finora solo dalla monotonia delle trombette di plastica. La Spagna è uscita meritatamente sconfitta dalla partita d'esordio contro la mediocre Svizzera, partita in cui i calciatori iberici (come istituzionalmente direbbe il mai amato Pizzul) non hanno saputo far altro che portare palla in lungo e in largo e passarsela accademicamente a due-tre metri di distanza tra un'occhiata e l'altra allo specchio che ognuno di loro aveva naturalmente a portata di mano.

Che questa sconfitta sia benvenuta e che ci serva da lezione. Ricordo ancora come l'Italia uscì agli ultimi europei con la stessa Spagna di oggi, poi vincitrice, senza subire gol e difendendo con ardore nonostante la precaria condizione fisica dei giocatori in campo, fatti salvi solo uno straordinario Cassano (seppur al 50% di quello odierno, pensate un po'!) ed un volenteroso Ambrosini. La malinconia derivante da quella sconfitta è pari solo al macabro spettacolo dato da quella triste e umile maglietta della salute che sporgeva da sotto la camicia del nostro allenatore, il sopravvalutato Donadoni.

Questo per dire che, come ha fatto la Svizzera, quando si è consapevoli di ciò che si è e se la fortuna ti assiste, si possono raggiungere traguardi altrimenti impossibili (cosa che purtroppo non accadde due anni or sono). Per cui, caro Commissario Tecnico, se vogliamo sperare in qualcosa di diverso da un'umile uscita di scena ai quarti (o peggio ancora agli ottavi, a seconda di come ci qualificheremo nel girone) lasciamo perdere il Mourinhano 4-2-3-1 e preghiamo per il meglio con un modesto 4-4-2.



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martedì 15 giugno 2010

Voglio fortemente voglio

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Nel partecipare all'esordio mondiale della nazionale italiana addivanato nel salotto di casa, caldo e coccolato dalla stanchezza di una giornata movimentata, mi sono preoccupato più per quei poveracci italiani che avranno speso una fortuna per sedere all'addiaccio sulle tribune e per di più coi timpani trapanati dalle sempre più incomprensibili trombette, che dalla confusione mostrata dagli undici messi in campo da Lippi il messia. E così, nonostante fossi preoccupato per la condizione subumana dei miei connazionali che si trovavano sugli spalti in terra straniera, ho anche avuto il tempo di fare un paio di riflessioni sulla nostra squadra, realizzando amaramente che tutto il mio cauto ottimismo della vigilia era improvvisamente vaporizzato nei soli primi novanta minuti.

L'unica nota positiva della partita è stato il risultato finale che, come avevamo auspicato, è stato un drammatico pareggio raggiunto dopo essere andati immeritatamente in svantaggio ed esploso in un'esultanza fuori luogo che sembrava celebrare la conquista della Bastiglia. Per il resto, non si è capito cosa avessero intenzione di fare i giocatori, se giocare di prima (ma questo avrebbe significato essere in grado di azzeccare i passaggi, almeno a cinque-sei metri) o sperare che la pochezza del Paraguay avesse lasciato strada ai campioni del mondo in carica per riverenza dovuta, senza colpo ferire.

La difesa è stata mediocre, anche se bisogna ammettere che Cannavaro si è fatto valere: a Maldini quando non saltò sul gol della Corea nel 2002 dissero che era finito, in questo caso non mi esprimo perchè è difficile capire quali dinamiche si celino dietro le marcature in area di rigore. Non vorremmo scrivere ciò che in realtà non pensiamo, ma il sospetto è che quattro anni fa un gol del genere non lo avremmo subito, anche perchè, a dirla tutta, in Germania nel 2006, l'Italia subì due soli gol (uno su rigore ed un autogol). In altre parole, non mi sembra l'anno giusto per puntare su difesa e contropiede, tradizionalmente le nostre armi migliori.

Il centrocampo è stato inesistente, con l'eterna promessa Montolivo a chiedersi cosa ci facesse ai mondiali, Marchisio a chiedersi cosa ci facesse in quella posizione e Pepe a chiedersi perchè dovesse correre per tutti.

Infine l'attacco, non solo inesistente, ma anche deleterio per gli altri due reparti. Iaquinta il classico giocatore da seconda guerra mondiale, Gilardino il pulcino che tutti conosciamo.

Una cosa però, si è vista: tanta voglia di giocare e lo spirito di gruppo che tanto è stato esaltato dai nostri abili condottieri come variabile necessaria e sufficiente per raggiungere traguardi altrimenti irraggiungibili. E questo è il punto: purtroppo questa che ci hanno propinato in tutte le salse da due anni a questa parte è una balla colossale. Per vincere non basta volerlo fortemente, ma bisogna soprattutto avere delle abilità come minimo equivalenti a quelle dell'avversario. Siano esse atletiche, tecniche, strategiche o tattiche, o tutte insieme. Non fosse stato così, negli ultimi anni in Italia, quella Roma che in dieci campionati ha collezionato ben sei secondi posti avrebbe vinto con costanza, lasciando le briciole agli avversari e dando finalmente un senso compiuto a quelle esultanze incomprensibili che abbiamo dovuto sopportare.



Sono lontani i tempi di Germania 2006 quando tutti i giocatori tutti correvano nella posizione giusta nel momento giusto, sapendo in anticipo, grazie ad una strana alchimia, dove sarebbero stati i compagni, gli avversari e dove sarebbe giunto il pallone. Tutto funzionava alla perfezione, come se una mano invisibile spingesse inesorabilmente la squadra verso la vittoria.

Il demerito di Lippi è non aver capito che quella mano invisibile non era la volontà, ma la capacità ed il talento. E dopo, solo dopo, la volontà.

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lunedì 14 giugno 2010

Mondiali no-global

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A poche ore dall'esordio mondiale dell'armata brancaleone italiana, è più la sorpresa per il personale ottimismo che arieggia su questa crociata che la tensione per una delle tante epiche partite che, come siamo soliti noi italiani, riusciremo naturalmente a far divenire drammatica nonostante la pochezza degli avversari, così come il canovaccio culturale vuole che si faccia. Anche se non credo di essere l'unico a sperare che si abbatta sulla nazionale una prima mezza disfatta che possa poi di conseguenza, come da tradizione, essere funzionale al raggiungimento di risultati storici (rimane comunque bassissima la probabilità di poter ripetere il cammino fatto quattro anni fa). Poichè è solo nell'emergenza che noi italiani riusciamo a dare il meglio di noi stessi, fedeli come siamo alla nostra capacità d'improvvisazione, la quale resterebbe altrimenti inespressa in quelle situazioni in cui ci dovessimo trovare tragicamente già preparati (bonus: questa si chiama self-fulfilling prophecy).

Si capirà quindi che, oltre alla risentita invidia di chi scrive nei confronti di questi che guadagnano milioni semplicemente giocando a calcio su campi d'erba che sembrano i green calpestati da Tiger Woods, senza peraltro doversi preoccupare di rovinarli, finora il piacere derivato da questi mondiali è stato più causato dall'osservazione delle differenze culturali e genetiche che ci sono tra le squadre che dallo spettacolo dell'evento calcistico, purtroppo molto povero e malamente condito dall'ingenuità puerile dei numerosi che sanno esprimere la propria gioia unicamente dando fiato a trombette mono-nota.


Ebbene, abbiamo così notato la compattezza della Germania che, come al solito senza fronzoli barocchi, fa ciò che deve essere fatto con metodo e costanza nonostante l'inusuale multiculturalità che la contraddistingue quest'anno: Marco Marin, Cacau e Gomez sono nomi che non hanno nulla a che fare con Bastian Schweinsteiger. Poi c'è la tamarrissima Argentina (tamarra per noi, s'intende) dove le lunghe chiome e le foltissime capigliature che caratterizzano sia l'attempato allenatore che gli undici in campo fanno pensare ad uno sviluppo particolare del gene del capello in quella zona del mondo (naturalmente ci fosse stato Cambiasso avrebbe abbassato la media drasticamente, anche se l'eventuale presenza del sempreverde Zanetti l'avrebbe poi inesorabilmente pareggiata). Oppure la Nigeria, dove non c'è giocatore che non abbia spalle larghissime, pettorali prominenti e glutei massicci a caratterizzare un fisico perfettamente longilineo ed esplosivo. E poi c'è il calcio moderno a due tocchi dell'avanzatissima Olanda o l'improvvisazione disorganizzata dell'Algeria (lo ammetto, questo è uno stereotipo: l'ho scritto senza guardare la partita), l'anonimità degli Stati Uniti, calcisticamente ancora giovani (sono personalmente convinto che le caratteristiche culturali del calcio poco si adattano a quelle più generali dell'Americanità) e via dicendo, fino alla capacità peculiare dell'Italia di ottenere il massimo attraverso il minimo, che osserveremo inesorabilmente stasera o nelle partite a venire.


Detto in altre parole, i mondiali di calcio, a differenza dei campionati nazionali, sono belli perchè sono no-global.


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giovedì 10 giugno 2010

Chi vince il mondiale

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- Italia 1990: Germania (Adidas)

- Usa 1994: Brasile (Nike)

- France 1998: Francia (Adidas)

- Korea-Japan 2002: Brasile (Nike)

- Germany 2006: Italia (Puma)

Con queste premesse è difficile prevedere chi si porterà a casa l'ambita coppa del mondo, anche se si intuisce che una tra le più grandi marche d'abbigliamento sportivo dovrebbe logicamente tornare sul gradino più alto del podio. D'altra parte è praticamente impossibile che la Puma riesca per la seconda volta di seguito a guadagnarsi la visibilità che un'eventuale vittoria finale garantirebbe alla marca, nonostante il cauto ottimismo nei confronti di una nazionale italiana finalmente orfana di Alessandro Del Piero (coincidenza vuole che nel 2006 lo sponsor principale dell'evento fosse proprio la Puma).

Quindi è lecito pensare che una squadra tra quelle targate Nike o Adidas riesca a conquistare il trofeo, considerando di conseguenza Argentina, Brasile e Spagna come tra le più quotate. Naturalmente però, pensando all'uovo ed alla gallina, si sa che sono le grandi marche ad andare dalle grandi squadre e non le grandi squadre a divenire tali grazie alle grandi marche (anche se i grandi investimenti possono far diventare grande chiunque). Così come è ovvia la consapevolezza che l'oligopolio Adidas, Nike e Puma (in ordine di grandezza) copra praticamente tutte le squadre partecipanti innalzando di molto la probabilità di azzeccare la previsione, se essa avvenisse seguendo il parametro del calzoncino.

Però, può sempre accadere l'imprevedibile. E cioè che vinca una delle marche minori, o che una delle tre grandi marche si presenti sotto mentite spoglie e inganni gli addivanati o gli odiati trombettisti che seguiranno le partite dagli spalti. E questo è il caso Umbro, sponsor dell'Inghilterra e parte dell'universo Nike.

Ecco dunque la nostra previsione che, in linea con la previsione 'quantistica' JP Morgan, dà per vittoriosa l'Inghilterra.

In questo modo, con l'Inghilterra vincente, si darebbe un senso anche alla presenza di David Beckham, promotore di South Africa 2010 con la sua azienda di public relations e ambasciatore d'eccezione per la promozione della candidatura dell'Inghilterra per ospitare i mondiali del 2018, sponsorizzati, guarda caso, proprio dall'Umbro.

Inoltre, nonostante la delusione per il risultato della nazionale italiana, i nostri giornalisti potrebbero in tal modo sbrodolarsi con editoriali di cieca esaltazione delle capacità tattico-strategiche dell'allenatore italiano, ribadendo con l'ultimo brandello di orgoglio rimasto la stereotipica tradizione manageriale italiana.

E così, finalmente, Mourinho e i complimenti a lui rivolti controvoglia dalla vedove del giornalismo italiano potranno finalmente essere dimenticati per sempre.

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sabato 14 giugno 2008

Urlo Mundial: Italia - Romania 1 - 1

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La grinta di Del Piero, decisivo nello stoppare un tiro-gol di De Rossi, ovvero "nel posto giusto al momento giusto".


Il paragone è il valore massimo della scienza odierna, in tempi di guerra al relativismo come quelli che stiamo vivendo. Naturalmente ciò non è vero per quanto riguardo il calcio, a detta di molti la meno scientifica delle arti, dove il paragone con eventi simili o meno viene spesso scacciato violentemente, neanche fosse la più maligna delle streghe, appoggiandosi confortevolmente al luogo comune più proverbiale che ci sia, ovvero quello che definisce ogni partita come una storia a sè, dove contano gli episodi e dove quindi diviene inutile paragonare un episodio che ha funzionalità solo con il qui ed ora ad episodi lontani nello spazio e nel tempo.

Allora non si capisce come mai ogni volta che si sfiora un trofeo importante o si gioca una semifinale o si perde una partita o si fa una polemica, inevitabilmente ci si ricorda del mundialito '82, ormai pietra miliare della scienza calcistica moderna così come Weber e la sua burocrazia lo sono per la politica, Durkheim per la sociologia, Aristotele e Platone per la filosofia, Einstein e Newton per la fisica e via dicendo. Sarà che i paragoni, così come le statistiche, vengono tirati in ballo solo per supportare una tesi già prefissata nella mente di chi la esprime e non per studiare oggettivamente un fenomeno qualunque.

Sta di fatto che, considerando tutte le variabili possibili per la limitata razionalità umana (ciò significa che tutte le variabili possibili sono solo quelle possibilmente immaginabili e riscontrabili dall'uomo che, inevitabilmente, lascia scoperte un numero n infinito di altre variabili), è impossibile prevedere un lungo cammino da parte di questa nazionale in questi europei, nonostante in assoluto essa sia nei singoli più forte di quella che vinse i mondiali. Singoli che però inseriti in questo contesto, nella forma in cui si trovano ora e con l'organizzazione di gioco che li vedono protagonisti non possono dare il massimo di sè.

Ciò risponde ad un'altra comprovata, ma soprattutto logica, legge scientifica che ci insegna come la stessa ossatura e le stesse variabili (a qualsiasi cosa le due definizioni corrispondano in termini di contenuto) inseriti in contesti diversi diano necessariamente risultati diversi.

Ebbene contro la Romania il gioco che si è visto (poichè contro l'Olanda gioco non si è visto affatto e questo è anche il motivo dell'assenza della rubrica) è stato unicamente quello poco italiano dei passaggi sulle fasce da parte di centrocampisti statici, a terzini offensivi che andavano a crossare per la testa servizievole dell'attaccante faccia-da-cavallo Luca Toni. Non un passaggio in profondità e non un tiro da parte dei centrocampisti o delle due mezze punte a supporto del lungone centrale e quindi, nonostante gli innumerevoli cross, niente di fatto in termini di realizzazione. Tant'è che l'unico gol italiano legittimato da questi arbitri incompetenti è stato segnato da un centrale su assist dell'altro centrale di difesa.

Tutto ciò fino all'entrata in campo di Cassano, l'unico in grado di dare un po' di fantasia a questo schema che era ormai divenuto stantio e prevedibile, rompendo la regolarità di un gioco poco dinamico e capace quindi di sorprendere l'avversario, facendo inoltre ritornare l'Italia alla sua propria identità del catenaccio e del contropiede veloce e intelligente. Tutti sanno che nelle strategie di guerra l'attacco si deve basare in primo luogo sulla sorpresa e che la difesa invece si deve basare necessariamente nella capacità della stessa di prevedere le mosse offensive dell'avversario.

Praticamente il contrario di ciò che aveva escogitato Donadoni che, condito con la mediocrità di giocatori stanchi e logori (Del Piero come al solito e come era prevedibile ha deluso mentre come al solito e come era prevedibile Cassano no), ha dato come risultato un pareggio che vale un esonero.

Se il calcio fosse una scienza esatta l'Italia verrebbe eliminata nonostante una vittoria sulla Francia in quanto la Romania sarà certamente furiosa e l'Olanda comprensibilmente remissiva o comunque poco incline alla battaglia totale.

Se il calcio non fosse una scienza esatta allora tutto diverrebbe possibile e la pazzia dell'Olanda, ormai seria candidata alla vittoria finale (tutti i giornalisti italiani si erano prodigati nel celebrare un anticipato funerale agli Oranges, a causa del loro poco entusiasmente girone di qualificazione pre-Europeo) si materializzerebbe in un calcio assassino e poco calcolatore che asfalterebbe la comunque mediocre Romania.

Alla terza occasione Donadoni non può più sbagliare e dopo alcune prove tecniche finalmente si spera metta in campo questa formazione: Buffon, Zambrotta, Panucci, Chiellini, Grosso, Pirlo, De Rossi, Gattuso, Perrotta, Cassano, Toni.


Noi, la nostra parte di ct, l'abbiamo fatta coerentemente.

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giovedì 28 febbraio 2008

Urlo Mundial

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Forse è destino, forse è il demiurgo del calcio o più semplicemente certe cose divengono tali (così come ci appresteremo a descrivere) solo nel momento in cui le fotografiamo nelle nostre menti elevandole a memoria storica.

Parlo naturalmente dell'ennesimo stoico urlo mundial che, come nelle migliori delle favole, è uscito dalle fauci di un agnello, dalla gola di un piccolo grande uomo. Ieri infatti, in Inter - Roma, è quasi sembrato che un disegno divino abbia guidato il piede destro di J.Zanetti nel disegnare una traiettoria impossibile per le sue potentissime ed equilibrate gambe, buone a girevolte e corse lunghissime, ma spesso inadatte a tiri di levatura letale in termini di risultato e di efficacia realizzativa.

Ma si sa, gli eventi divengono eccezionali proprio in quanto tali e non c'è da sorprendersi se il lieto fine di una delle innumerevoli battaglie agonistiche in campo calcistico sia stato ispirato proprio da chi, insieme a noi, meno se lo aspettava, pur avendo tentato l'impossibile fino a quel momento per portare a compimento il piano superiore, tra l'altro probabilmente già scritto e firmato dagli infallibili astri.

Dopo Grosso e la sua linda faccia da dopoguerra ora Zanetti è il nuovo partigiano del calcio italiano che resuscita l'armata di Mancini regalando all'Inter il suo terzo scudetto consecutivo. Un uomo soprattutto pacato tanto quanto la sua inscalfibile pettinatura, scolpita da una scriminatura d'altri tempi, che, con il suo accento spagnolo ha sempre enunciato concetti spiazzanti nella loro banalità, rispondendo alle sconfitte che si sono susseguite negli anni con i più inflazionati tra i luoghi comuni del mondo giornalistico-calcistico della nostra era, come se avesse studiato a tavolino ciò che si può dire, i commenti da fare e le sfide da lanciare ai tifosi che siedono in tribuna, ma soprattutto in poltrona.

"Dobbiamo fare di più" oppure "Nulla è perduto" e anche "La nostra è una squadra unita, accettiamo le decisioni dell'allenatore".

Naturalmente la sua gioia di capitano, più condottiero solitario che leader, dopo l'improvvisa fiondata che per grazia divina si è infilata nell'angolo più lontano della spesso ingrata porta avversaria, è esplosa nell'urlo mundial più festoso e definitivo, aggressivo, ma ingenuo degli ultimi anni, a celebrare un pareggio che vale quanto una vittoria.

Accadde lo stesso nell'ormai annebbiata finale di Coppa Uefa che l'Inter vinse contro una Lazio devastata dal miglior Ronaldo di tutti i tempi, quando un più giovane Zanetti, sempre e comunque uguale a quello attuale, inventò una traiettoria impossibile scoccata a realizzare il primo dei tre magnifici gol segnati in quella notte in cui, dobbiamo dirlo, c'era anche un tale Zamorano il quale, tanto per cambiare, anche quella sera sprecò l'insprecabile, facendo vergognare persino noi spettatori che pensavamo al povero Ronaldo, costretto a giocare insieme ad uno che per il calcio non era decisamente portato.



A riprova della genuinità del personaggio argentino, fedele come un setter irlandese alla causa nerazzurra da almeno un decennio, impersonificazione calcistica della coloratissima cultura argentina del bracciante che deve tutto al proprio padrone (condita a dosi esagerate dall'immigrazione italiana), la corsa eroica palla al piede da porta a porta, subito dopo il gol segnato, ancora carico dell'adrenalina non scaricatasi del tutto con l'urlo, galvanizzato dai quindici minuti che finalmente si sono accavallati alla sua performance. Una corsa conclusasi con una simulazione di fallo poco prima dell'eventuale cross nell'inesorabilmente vuota area di rigore, quasi straziante per la sua ingenua e pura genuinità, naturalmente inefficace e per questo ancor di più commovente. Perchè aspettarsi che l'arbitro fischi a favore solo per premiare un atto stoico? Ciò non è dovuto, una cosa del genere non potrà mai succedere in un mondo di pescecani come quello del calcio moderno e, soprattutto, come tu sai, le regole sono regole, caro Javier.


nella foto: è tutta un'altra cosa

Alla fine immaginiamo l'eroe ricevere sotto la doccia i complimeti dei propri compagni mentre umilmente ricambia, con le lacrime agli occhi, evitando scenate narcisistiche di chi, come Cassano, non si vergogna di esser genio e peraltro diviene tale anche grazie alla pubblicità che fa di se stesso attraverso l'autocelebrazione popolare. E ci immaginiamo la notte in cui, anzichè dormire, ricostruisce all'infinito l'esaltante momento di cui è stato protagonista, consapevole di dover attendere altri dieci anni prima di potersi godere di nuovo un momento del genere.

E ora, se volete, venite pure a parlarmi della sudditanza psicologica...

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domenica 25 novembre 2007

Urlo mundial

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[update: disponibile qui la sintesi della partita]

Oggi dedichiamo la rubrica al sempre più popolare calcio a 5, il caletto o, come viene chiamato in modo internazionale, futsal. La ragione che ci spinge a parlaerne oggi è la finale appena conclusasi dei campionati Europei che si sono svolti in Portogallo: Spagna - Italia, finita 3 a 1.

Alla fine ha vinto la squadra più forte, la Spagna, che insieme al solito Brasile (solito per quanto riguarda qualsiasi sport legato ad una palla rotonda da prendere a calci) è la squadra più forte del mondo, con l'Italia subito a ruota.

La partita era iniziata con il nervosismo degli italiani che dimostrava anche sul piano psicologico l'inferiorità dei nostri, anche se tale nervosismo non era la dimostrazione dell'impraparazione mentale bensì la controprova empirica del timore nell'affrontare in finale la squadra più forte del mondo (tant'è che la maggior parte dei giocatori italiani giocano proprio nel campionato spagnolo, il più difficile e bello del mondo).

Un nervosismo decisamente fuori luogo soprattutto da parte dell'allenatore (suppongo di Roma, sentito l'accento) il quale si dimenava nel mandare a quel paese chiunque gli capitasse sotto tiro e non indossasse qualche capo d'abbigliamento di colore blu (per la cronaca l'Italia veste, come la nazionale maggiore, Puma, anche se la divisa è quella non aggiornata dei mondiali di Germania).

Stabilizzatesi gli animi la Spagna è passata subito in vantaggio e nel secondo tempo, nonostante l'Italia avesse tirato di più in porta (ma ciò nel calcetto non conta), dopo un contropiede il risultato si era acquietato sul 3 a 0.

Di conseguenza gli ultimi dieci minuti sono passati con tutti e cinque i componenti dell'Italia ad attaccare (anche il portiere, spesso sostituito da un difensore con la maglia da portiere) fino a segnare quello che con i miei amici finlandesi, quando giochiamo alla play station, chiamiamo un "still believe maali" (dove still believe -inglese- sta per 'credere ancora' e maali -finlandese- sta per 'gol': il gol che ancora ti fa credere di potercela fare e che può essere in grado di dare la spinta psicologica necessaria a ribaltare un risultato impossibile compiendo un miracolo sportivo che invero accade spesso nelle partite più belle).

Un gol importante anche perchè segnato dal portiere titolare, un certo Feller senza capelli che a fine partita si è lasciato andare in un pianto liberatorio che tanto mi ha ricordato quello di Baresi in Usa94.

Un gol che però non è servito a niente se non ad illudere: la Spagna era comunque più forte ed anche in difesa (anche grazie ad un grande portiere) non ha lasciato spazio ai nostri poco fantasiosi attaccanti.

In conclusione la Spagna ha giocato meglio, meritando, ed ha dimostrato attraverso il pragmatismo di poche azioni concluse con praticità la sua forza, a scapito di un'Italia che puntava sul possesso palla, ma che spesso non trovava sbocchi di fronte ad una Spagna organizzatissima e precisa.

Ma il calcetto in Italia è in continua crescita e, ancora qualche anno, e saremo campioni del mondo anche in questo sport -Brasile (e non solo Spagna) permettendo-.

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sabato 17 novembre 2007

Urlo mundial

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Scozia - Italia
è appena finita e di certo il finale è stato all'altezza delle aspettative le quali, mie, erano decisamente di basso profilo. Ciò non per giustificare il fatto che, più che seguire la partita sia stato costantemente ebetito di fronte allo schermo pensando a cosa cucinare appena la partita si fosse conclusa, bensì per segnalare ancora una volta come dei pregiudizi basati su fatti concreti si siano alla fine rivelati azzeccati.

In molti ribatteranno enfatizzando lo spettacolo condito di pioggia e agonismo che le due battagliere hanno regalato a noi affamati spettatori. Spettacolo fatto anche di sorprese e alcuni episodi comuni del giuoco del calcio: ad esempio il gol a freddo dell'Italia, il pareggio cercato e voluto dalla Scozia, la conseguente furia agonistica alimentata dalla sopraggiunta confidenza psicologica ed infine la doccia fredda con il gol allo scadere dell'Italia (sinonimo del luogo comune, ma vero del 'gol mangiato, gol subito').

In pratica una partita completa con molti crismi di questo sport se non fosse per la fine scontata ed il risultato largamente previsto che, se non fosse stato raggiunto con mezzi illeciti, sarebbe comunque stato spinto a compimento con l'aiuto dell'arbitro, come in effetti è accaduto.

Ed è questa la chiave che spiega la bruttezza di questa partita, l'arbitraggiodi un arbitro telecomandato da Platini, il quale pretendeva naturalmente che la Francia entrasse a far parte di Euro2008 nonostante la Scozia meritasse molto di più degli etnocentricamente chiamati da noi italiani 'transalpini'.

Lo spudorato arbitro spagnolo ha fischiato costantemente a favore dell'Italia, specialmente alla fine, regalando un paio di punizioni dai lati opposti dell'area scozzese che avrebbero fatto rabbrividire persino Buffon. Dalla seconda ingiustissima punizione c'è poi scappato anche il gol e, aggiungerei, per fortuna nostra e del calcio tutto.

In questo modo l'affare è salvo e potremo ancora una volta sperare in una inflazionatissima rivincita tra Italia e Francia, con il beneplacito di Don Michel.

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martedì 11 luglio 2006

URLO MUNDIAL

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Italia campione del mondo 2006

Finalmente possiamo alzare la testa, ringraziando il cielo in tribuna in finale non c'era Berlusconi perche' in una splendida cornice come quella di questi giorni all'estero avrebbero comunque trovato il modo di denigrarci.

L'Italia ha conquistato il quarto campionato del mondo e sembra gia' di essere i protagonisti di un nuovo rinascimento dopo quasi due decenni di crisi nera e malefatte italiche. I nuovi anni '80 sono alle porte e non sto qui ad elencarne i motivi.

Napolitano ha parlato di sentimento di "identita' rafforzato" dopo questa vittoria e cio' dimostra come il calcio non sia solo uno sport, ma parte integrante dello stato nazione, un'istituzione vera e propria e per questo oggi piu' di prima non sentiamo il bisogno di un'amnistia, di qualsiasi forma possa essere, leggera o pesante.
Zidane a suo tempo aveva parlato di "vittoria della Francia dell'integrazione", un buon tentativo che faceva ben sperare, ma che si e' rivelato effimero, visto quello che e' poi successo a Parigi nelle banlieues o a Londra in precedenza. Noi in Italia avremo gli stessi problemi molto presto se le istituzioni non faranno qualcosa, ma come al solito qui i problemi vanno sempre rimandati.

Proprio parlando di calcio come istituzione, come forma di identita' nazionale, una parola la vorrei spendere sull'arroganza e sullo sciovinismo ingiustificato dei francesi, se e' vero che il 61% di essi abbia gia' perdonato il loro idolo. Perche' se di stereotipi vogliamo parlare, dobbiamo anche ricordarci che sono delle forme utili di categorizzazione non sempre sbagliate, ma anzi spesso corrette in generale, in quanto tali.

Ebbene in questi giorni non si e' fatto altro che parlare della testata di Zidane a Materazzi, con perdono immediato per il primo al quale tra l'altro e' stato anche assegnato in modo del tutto ingiustificato il pallone d'oro Fifa dei mondiali.
Al di la' delle questioni tecniche, per cui credo che Zidane tutto si meritasse tranne che il pallone d'oro, credo che il premio assegnatogli sia ancor piu' una mossa politica giostrata da Platini & Co anche alla luce del gesto con cui ha chiuso la sua pur splendida carriera.
Senza dubbio il migliore in assoluto di tutti i mondiali e' stato Cannavaro, prova vivente di come questi siano stati i campionati delle difese e dell'umilta'.

Zidane non era nuovo a fatti del genere e mi permetto di ricordare solo come abbia vinto nel '98 il pallone d'oro, dopo che aveva giocato da schifo tutti i mondiali coronando le sue prestazioni con una poco ortodossa reazione che gli costo' due giornate di squalifica. Poi segno' due gol contro un Brasile sotto choc per quello che era successo a Ronaldo e il resto lo sappiamo tutti.

Oggi il leit motiv della stampa estera sembra essere il labiale di Materazzi e giu' tutti a estrapolare frasi di stampo interculturale per poter cavalcare l'onda dello scontro di civilta': niente di piu' patetico.
Eppure Materazzi e' stato uno dei protagonisti del mondiale, uno di quelli che li ha decisi, i mondiali, in positivo e non in negativo, come ha fatto Zizou, segnando due gol appunto decisivi, prendendosi un'espulsione ingiusta e provocando un rigore inesistente e per il resto giocando in modo perfetto, alla faccia di Nesta. La rabbia deriva dal fatto che ai tempi dell'espulsione di Totti, gli stessi che oggi difendono Zidane ed attaccano Materazzi, gli stessi dicevo difendevano Poulsen e accusavano Totti delle nefandezze piu' basse. Il fuoriclasse di Roma molto umilmente non fece altro che chiedere scusa a tutti e oggi e' un campione di sportivita' esemplare.

Zidane chiedera' mai scusa, o continuera' a salutare festante la folla che lo acclama senza un minimo di dignita'? E noi, italiani, impareremo mai a pretendere cio' che meritiamo?

Per una volta, date a Cesare quel che e' di Cesare. Questa volta almeno la coppa ce la siamo presa e tutto si puo' dire tranne che non ce la siamo meritata.

L'Urlo Mundial e' ormai eco e speriamo che lo sentano bene anche oltralpe!

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martedì 4 luglio 2006

URLO MUNDIAL

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Italia - Germania 2 - 0

L'urlo mundial oggi e' l'urlo di Grosso, il terzino faccia e fisico da partigiano che e' persino riuscito a far scoppiare casi mediatici nella Cina comunista e che scuotendo la testa con le lagrime agli occhi dopo il gol tanto ci aveva ricordato il buon Tardelli dell'82, peccato non fosse gia' la finale.

Proprio cosi', la nostra e' stata una vera e propria partita partigina allitterata con le sofferenze di una resistenza continua e catenacciara degna dell'Italia piu' umile e vincente. Niente di piu' simile all'Italia di oggi era la nazionale che a Dortmund e' riuscita a liberarsi dal regime tedesco.

Mentre a casa nostra fioccano sentenze e processi questa nazionale operaia e' riuscita a conquistare tra lo stupore generale il sogno azzurro e spera finalmente in una rinascita catartica ancora incredibile. Il governo Berlusconi e tutte le sue nefandezze, il rilassamento generale, la Rai in mano a puttanieri, la cosa pubblica sfruttata a proprio piacimento, la rincorsa agli interessi particolari, la corruzione ed il marcio accumulato in cinque anni in ogni settore come la monnezza controllata dalla mafia nelle citta' calabresi et cetera tutto e' stato spazzato via in due orette di calcio.
Ebbene la rinascita partigiana si e' incarnata nella faccia di Grosso e nel suo fisico da reduce, lo vedessimo in bianco e nero fumare delle sigarette senza filtro penseremmo ai mondiali del '34. Fatti almeno un tatuaggio, figlio mio.

Temevamo moltissimo questi tedesconi e piu' di tutto temevamo il favore dello stadio e delle istituzioni, contro un'Italia malvoluta non solo per la pizza e gli spaghetti, ma soprattutto per gli innegabili fattacci odierni che riguardano il calcio e la societa' tutta. E infatti l'arbitro ci aveva messo del suo, centellinando i cartellini e fischiando a senso unico, ma questa volta grazie a dio non ci hanno fregato e il povero Blatter triste in tribuna non potra' lamentarsi.

Il primo tempo se ne era andato velocissimo e piacevole con le squadre che quasi si erano affrontate a viso aperto rendendo la partita una tra le piu' apprezzabili del torneo. Pero' nel secondo tempo la paura era iniziata a crescere e il gioco dell'Italia a mancare, quasi non credevamo piu' nemmeno nei supplementari, fino a quando il buon Lippi si era finalmente deciso a cambiare qualcosa e non a limitarsi in cambi d'accademia del tipo un attaccante per un attaccante (vedi Gilardino per Toni).

Le nostre pagelle:

Buffon 10: due parate decisive ed il resto perfetto, come durante tutto il campionato. Ne' errori blu ne' rossi, il voto vien da se'.

Cannavaro 10 e lode: decisamente il pilastro della difesa piu' forte del mondo, potrebbe difendere da solo senza far correre troppi rischi a Buffon. Se penso a come se ne e' andato dall'Inter mi vien da piangere. Ma potrebbe sempre tornare. Chi e' al suo fianco ha sempre vita facile e fa un figurone (vedi Nesta o Materazzi).

Materazzi 7: sbaglia niente e fa il suo. Dopo un'espulsione immeritata ed un gol, credo si meriti la finale.

Zambrotta 8: decisamente buono sia in attacco che in difesa, purtroppo si trova sulla stessa linea un tale Camoranesi che non lo aiuta di certo. Una traversa e di nuovo un gol sfiorato, anche lui sbaglia niente e fa piu' del dovuto cercando di mettere le toppe nei buchi lasciati dalle ali: fluidificante.

Grosso 8,5: il fisico lascia a desiderare, ma il cuore e' da gladiatore. Segna un gol da cineteca e difende bene, dopo un inizio di campionato col freno a mano, anche lui ora si merita una degnissima pensione all'Inter.

Camoranesi 4: a parte il codino, a parte non cantare l'inno, fa piu' danni che finezze ed e' inutile. Ne faremmo volentieri a meno, se non fossimo in finale penseremmo ancora a Cassano.

Gattuso 7: encomiabile.

Pirlo 7,5: mezzo punto in piu' per l'assist a Grosso, ma ancora ci chiediamo perche' tutti i palloni devono necessariamente passare per i suoi piedi, i passaggi da tre metri dovrebbero essere tutti in grado di farli.

Perrotta 5: tanta corsa e poca qualita', i tempi dei gol segnati con la Roma sembrano lontani anni luce, punto di domanda.

Totti 6,5: e' in continua crescita, ma oggi e' stato utile solo per portare via un uomo al centrocampo tedesco. Lo aspettiamo in finale.

Toni s.v. : si batte come un leone, ma di palloni veramente giocabili gliene arrivano ben pochi. E li gioca sempre circondato da tre avversari. Sprecato.

Gilardino 6,5: meglio di Toni con l'assist a Del Piero ed altre belle giocate, ma a quel punto tutta la squadra aveva igranato un'altra marcia.

Iaquinta 7: lo aspettavamo nel secondo tempo. Largo a sinistra ha fatto in dieci minuti quello che Camoranesi non ha fatto in tutti i mondiali creando azioni pericolose lungo la fascia ed allargando le maglie della difesa tedesca. Lippi ci mette del suo a ritardare la sostituzione.

Del Piero 7: non sbaglia quasi niente e salta l'uomo addirittura due volte e corona la presenza con il gol. Anche se in precedenza spara a 5 metri dal palo alla destra di Lehmann il pallone della vittoria. In debito con Grosso.

Lippi 6: la sufficienza solo per la finale, le sostituzioni fatte nei supplementari dovevano essere anticipate al secondo tempo (Iaquinta in particolare) quando abbiamo sofferto e creato nemmeno un'occasione pericolosa. Grazie al cielo la difesa e' insormontabile. La finale appartiene decisamente piu' ai giocatori che all'allenatore.

L'Urlo Mundial e' finalmente tale.

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L'URLO MUNDIAL GRIDA VENDETTA

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Abbattiamo i tedeschi, invece!

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sabato 1 luglio 2006

URLO MUNDIAL

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Italia - Ucraina 3 - 0, senza Del Piero


Nonostante tutto, l'Italia un post se lo merita. Ma soprattutto se lo merita la tv in italiana e la Rai in prima fila, unta di luoghi comuni, fancazzismo generale e amatorialita', quella si da prima fila.

Grazie all'enorme potenziale dei mezzi tecnologici e del portale Rai ho deciso,preso da un momento di pazzia, di cliccare sulla scritta "Notti mondiali". Ebbene, dal click all'inizio del post non e' passato molto.

I sentimenti che si sono rincorsi in appena dieci minuti di trasmissione sono stati molteplici e quasi non riuscivano a stare al passo delle continue baggianate, dei continui momenti di imbarazzo e del continuo vuoto contenutivo che si sono rincorsi durante questo funerale della cultura.

- La solita valletta muta seduta sul seggiolone a mo' di sirenetta con le tette di fuori, chiamata a dar fiato alle corde vocali solo per presentare qualche sponsor o la "brevissima pausa pubblicitaria". Certo non si pretende niente di piu' da una figa del genere, anzi, meno parla e meglio e', che poi pero' non si lamentino dell'usanza una scopata per una comparsata: se vogliono fare qualcosa di diverso che si iscrivano alla normale di Pisa.

-Galeazzi che spaparanzato e con il fiato di un beduino assetato ronfa in poltrona con le bandiere di Italia e Germania nel taschino come un pupazzo di neve.

- Pele' in collegamento, doppiato probabilmente dalla ragazza brasiliana di qualche dirigente Rai che visita spesso il Brasile guidato dalla passione di qualche scrittore sudamericano, che manda un abbraccio a tutti e non lesina complimenti a destra e a manca vendendo se stesso porta a porta nemmeno fosse un aspirapolvere. La ragazza non parla una parola di italiano e i momenti di imbarazzo non mancano a causa dei vari fraintendimenti, ma questi sono dettagli: come detto ce ne freghiamo dei contenuti.

- Totti che poverino si ritrova a dover fare commenti sulla sua barba e se la cava con un "c'ho due peli": nessuno avrebbe detto niente di piu' intelligente in quel frangente, chapeau.

- Lippi che dedica la vittoria a Pessotto, che ha due figli bellissimi ed una bella moglie. Evidentemente non bellissima.

- Gattuso che gioca meglio e corre perche' non deve piu' prendere gli "infiammatori", beato lui, pensa quando li doveva prendere che vita d'inferno che faceva.

- Poi gli ex-arbitri, gli ex-giocatori (dio ci risparmi il sempreverde Paolo Rossi, moralizzatore da copertina che spesso dimentica di essere stato squalificato per totonero) ed Alba Parietti, una donna due labbra, meglio utili alla fellatio che a disquisizioni calcistiche.

- Poi il classico inviato nelle citta' festanti di tutta Italia che intervista un anonimo con dedica inclusa della vittoria a Pessottino. Il buonismo italiano non ha confini e Pessotto tutto questo proprio non se lo merita.

- Infine Mazzocchino mio, che da bravo presentatore si rende conto dei buchi di imbarazzante vanita' (nel senso di vano, vuoto) e cerca di riempirli con domande al volo che rasentano l'idiozia.

Insomma, per fortuna non sono costretto a sciropparmi tutto questo e, sinceramente, credo di diventare un uomo migliore e piu' giusto.

P.s. la tv finlandese e' triste nelle cornici TV sui mondiali, ma quella svedese e' eccellente, con commenti tecnici interessantissimi e una commentatrice esperta di calcio intelligente e, se mi permettete, molto piu' affascinante dell'anonima valletta o della tristissima Carolina Morace.

BUON DIVERTIMENTO

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lunedì 26 giugno 2006

URLO MUNDIAL

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Italia - Australia 1 - 0 Nella foto: la appoggia piano e non dribbla, ma rimane un bravo ragazzo


Che sia perdonato per l'assenza della rubrica in occasione della partita del dentro o fuori contro la Repubblica Ceca, o Cechia come a qualcuno e' venuto in mente di chiamarla per abbreviarne il nome giornalisticamente.

Il gran ritorno pero' giunge in un momento di gioia sofferta, un'urlo mundial che e' stato materialmente tale al fischio che ha ingiustamente decretato il rigore a favore dei nostri compatrioti, d'altronde qualunque arbitro al mondo lo avrebbe fischiato e quindi non ci poniamo il dubbio a priori. Siamo perfino riusciti a gioire per l'unica azione degna di tale nome ad opera del caro "fisico e faccia da partigiano" compagno Grosso, contro il quale avevamo spergiurato durante tutta la partita a causa delle sue dubbie abilita' balistico-motorie. Questo pero', come direbbe il mai rimpianto Pizzul, gufo di tempi immemori, e' il bello del calcio e la sorpresa stavolta e' stata una dolce sorpresa.

La partita non era comunque cominciata sotto una luce di spensierato ottimismo, dopo che un'ora prima dell'inizio avevamo scorto tra gli undici titolari il nome di Del Piero, pensando che ci stessero mostrando la panchina invece della formazione iniziale. Eravamo pero' disposti a tutto e lo saremo comunque da qui in avanti pur di restare in corsa. D'altronde, c'eravamo detti, con un Totti in quelle condizioni, seppure in crescita vertiginosa, avremmo ad ogni modo giocato in dieci per gran parte della partita.

Ed in dieci abbiamo giocato sul serio quando un arbitro mediocre di non so quale paese e' riuscito ad espellere un ammansatissimo ed in formissima Materazzi il quale nella foga di difendere aveva commesso fallo addirittura su Zambrotta. D'altra parte il primo tempo se ne era andato troppo liscio, con l'Italia che nonostante l'offensivissimo modulo era riuscita ad applicare alla perfezione lo stile del catenaccio sublime, attendendo i poveri canguri (si' proprio dei canguri, visto che ammaestravano la palla come dei marsupiali dograti) nella propria meta' campo e ripartendo al trotto controllato verso la porta avversaria. Risultato: nessun rischio corso (grazie anche al nostro portiere, il piu' idiota e piu' forte del mondo) e diverse palle gol create in nonchalance.

Come dicevo pero' la tensione e' iniziata a salire nel secondo tempo quando in dieci la squadra aveva completamente rinunciato a giocare e difendeva in affanno contro un'arrembante Australia, il cui giocatore piu' carismatico, lo ricordo, e' una riserva italiana del calcio italiano. Senza considerare poi i vari Aloisi o Grella, nomi tipicamente aborigeni della foresta umbra del gargano. Di conseguenza non eravamo piu' disposti a giustificare l'ennesimo passaggio all'indietro del sig. "sono soddisfatto della mia prestazione e se avessi tirato il rigore avrei segnato" Achille-Del Piero. Poco male che Gea-Iaquinta fosse entrato al posto di Gilardino e Toni si prestava ad essere sostituito da nientepocodimenoche Barzagli, autore tra l'altro di una partita anonima, ma efficiente. Insomma l'attacco stellare italiano grazie al genio "faccio lo stronzo anch'io" o del sempre verde "prenderei tutti a calci nel culo" si era poco poeticamente sfrondato alla sola punta della straordinaria Udinese ed al panchinaro bianconero: non certo roba da mondiale.

Per fortuna pero' a dieci minuti dalla fine il nostro caro Marcello detto Paul Newman in quel di Viareggio, tra barche e bestemmiatori di vecchia data, e' improvvisamente rinsavito ed ha inserito il pupone nazionale che si stava grattando l'epidermide in pachina a vicenda con De Rossi e che, entrando in campo, riusciva a caricare i suoi compagni all'urlo di "aooooh, aooooh!".

Il borghettaro de noartri era in crescita gia' contro la Cechia, ma oggi ci e' sembrato quasi completamente recuperato e, si badi bene, non certo per il rigore (ebbene si', anche noi eravamo tra quelli che temevano e speravano allo stesso tempo nel cucchiaio). Passaggi di prima precisi e filtranti, e' questo quello che gli chiediamo: sara' un caso che si e' espresso come doveva quando giocava da seconda punta mentre arretrato a centrocampo e', come disse Capello, sprecato?

Per finire: un Totti in gran spolvero, un Del Piero finalmente condannato da se stesso alla panchina ed una tra Svizzera e Ucraina. Sperare a questo punto e' lecito.

L'Urlo Mundial oggi ricomincia a prendere fiato.

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